Assegno divorzile, quando è nullo il patto

NULLO IL PATTO SULL’ASSEGNO DI DIVORZIO

Corte di Cassazione – sez. prima civile – sentenza nr. 2224 del 30 gennaio 2017

In sede di separazione, due coniugi avevano stipulato un accordo con il quale pattuivano che, in vista di un eventuale futuro divorzio, il marito avrebbe dovuto corrispondere alla moglie un assegno divorzile.francesco piscazzi

Con sentenza di separazione emessa nel dicembre 2013, il Tribunale di Milano aveva recepito detto accordo e, pertanto, riconosciuto il diritto della signora alla corresponsione del summenzionato assegno.

Successivamente la Corte d’Appello di Milano ha revocato l’assegno disposto in favore della donna sull’assunto secondo cui l’ex marito aveva già corrisposto una consistente somma di denaro in unica soluzione, pari a quanto le sarebbe spettato a titolo di mantenimento e a titolo di assegno divorzile. In altri termini quanto versato dal ricorrente, a parere della Corte, assorbiva di fatto quanto la signora avrebbe dovuto percepire e per il mantenimento e a titolo di contributo in vista di un futuro eventuale divorzio per almeno vent’anni.

Avvero tale pronuncia, l’ex moglie ha presentato ricorso innanzi alla Suprema Corte di Cassazione perché venisse dichiarata illegittima la liquidazione “una tantum” ovvero in un’unica soluzione delle somme dovute.

Nel pronunciarsi su detto ricorso, gli Ermellini hanno ribadito un principio ormai consolidato in giurisprudenza secondo il quale cui i coniugi non avrebbero potuto accordarsi, al momento della separazione, sull’importo che il marito avrebbe dovuto versare alla moglie dopo il divorzio per due ragioni fondamentali.

In primo luogo, perché una preventiva pattuizione volta a regolare il regime patrimoniale in vista di un futuro ed eventuale divorzio costituisce una violazione del principio fondamentale di radicale indisponibilità dei diritti in materia matrimoniale, espresso dall’articolo 160 c.c.; in secondo luogo, perché gli accordi economici, in particolar modo se allettanti, potrebbero in tal modo divenire strumenti di commercializzazione dello status matrimoniale.

Quanto al primo punto, occorre precisare che se è vero che dottrina e giurisprudenza tendono ad attribuire un sempre maggior rilievo all’autonomia privata nei rapporti di famiglia, segnando così una svolta in concreto rispetto al precedente panorama vigente in materia, è altresì vero che l’esercizio di tale autonomia deve avvenire conformemente ai valori fondamentali dell’ordinamento giuridico nonché al dettato degli artt. 143, 148, 160 e 166 bis cod. civ.

Ciò in quanto la famiglia, intesa quale formazione sociale, è portatrice di interessi c.d. superiori ossia assoluti e trascendenti quelli dei suoi membri; pertanto, ogni esercizio del potere di autoregolamentazione del singolo componente della famiglia ha delle ripercussioni in modo diretto o indiretto sugli altri.

Ne consegue, quindi, che il ruolo dell’autonomia privata è limitato ai c.d. diritti disponibili cioè a quei diritti liberamente negoziabili nell’ambito dei rapporti familiari tra i quali, tuttavia, per opinione dottrinale e giurisprudenziale unanime non rientra il diritto all’assegno di mantenimento o all’assegno divorzile, come chiaramente evincibile dall’esame e del combinato disposto dell’art. 160 e dell’art. 143 che vietano di patteggiare gli oneri del matrimonio, e dell’art. 5 comma 6 della legge sul divorzio a norma del quale l’assegno divorzile deve essere commisurato al tenore di vita che il coniuge aveva in costanza di matrimonio.

Tanto l’assegno di mantenimento quanto l’assegno divorzile, infatti, rispondono ad una finalità assistenziale-solidaristica in quanto mirano a impedire il deterioramento delle condizioni economiche del coniuge economicamente più debole; tuttavia, la liquidazione degli stessi va compiuta tenendo conto delle condizioni dei coniugi, del reddito, del contributo personale ed economico dato alla famiglia.

L’accordo stipulato dai coniugi, in sede di separazione, al fine di fissare il regime patrimoniale in vista di un eventuale futuro divorzio è un accordo che non tiene in alcun modo conto dei suddetti parametri e, pertanto, sostengono i giudici della Suprema Corte di Cassazione, deve ritenersi nullo per illiceità della causa.

Di conseguenza, il problema non riguarda la corresponsione in favore dell’ex moglie della somma dovuta in un’unica soluzione, atteso che è la legge sul divorzio stessa a prevederlo (più precisamente l’art. 5, comma 8, della legge 898/1970), ma la circostanza che sia stata fatta applicazione di tale normativa al di fuori del giudizio di divorzio ovverossia in vista di un eventuale futuro divorzio.

A ciò si aggiunga, sostengono gli Ermellini, che una pattuizione preventiva con la quale i coniugi, in sede di separazione, fissano il regime patrimoniale in vista di un eventuale futuro divorzio potrebbe minare il diritto di difesa espressamente riconosciuto dall’art. 24 Cost. in quanto potrebbe favorire il consenso del coniuge potenzialmente contrario al divorzio, il quale, allettato dalla corresponsione di una più o meno consistente somma di denaro a titolo di assegno divorzile, potrebbe decidere di non opporvisi.

Alla luce di tali considerazioni, la Suprema Corte di Cassazione ha precisato che gli accordi con i quali i coniugi fissano, in sede di separazione, il regime giuridico-patrimoniale in vista di un futuro ed eventuale divorzio sono invalidi per illiceità della causa; pertanto, di tali accordi non deve tenersi conto sia nel caso in cui limitino o addirittura escludano il diritto del coniuge economicamente più debole al conseguimento di quanto è necessario per soddisfare le esigenze della vita, sia quando soddisfino pienamente dette esigenze.

Avv. Francesco Piscazzi 

Add a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *