Coabitazione e convivenza

Il requisito della coabitazione non e’ più elemento imprescindibile per la configurazione di un rapporto di convivenza

Cassazione civile, sez. III, 13/04/2018, (ud. 22/11/2017, dep.13/04/2018),  n. 9178

Il caso

A seguito della morte del convivente di fatto sul luogo di lavoro, precipitato nel vano ascensore mentre erano in corso lavori di ristrutturazione alberghiera, la parte attorea agisce in giudizio chiedendo il risarcimento dei danni, patrimoniali e non, nei confronti del proprietario della struttura, dell’appaltatore, del responsabile dei lavori, del progettista e direttore dei lavori. il commentario del merito 512x512

Dalle risultanze documentali prodotte nella fase istruttoria emergeva che il defunto e la parte attrice non abitavano nella stessa dimora e, considerato – in aggiunta – l’esito contrastante delle prove orali, il Giudice di prime cure aveva emesso sentenza di rigetto. Avverso la stessa fu proposto appello, parimenti rigettato dalla Corte competente giacché il contesto probatorio era considerato insufficiente a dimostrare l’esistenza di una stabile convivenza tra i soggetti, nonostante vi fossero elementi idonei a ritenere sussistente un rapporto affettivo e una relazione di coppia, ma non un legame caratterizzato da quella stabilità e continuità che legittimano il convivente di fatto ad agire per i danni da perdita del rapporto affettivo ed eventualmente per i danni patrimoniali conseguenti alla morte del convivente. Pertanto, veniva proposto ricorso per Cassazione.

Il motivo di gravame verteva sulla violazione dell’art. 2 Cost., che tutela le formazioni sociali ove si svolge la personalità dell’individuo e all’interno del quale trova sicuramente protezione la fattispecie della famiglia di fatto e delle convivenze more uxorio. Parimenti, veniva denunciata la violazione dell’art. 2059 c.c. in riferimento al riconoscimento dei presupposti per ottenere il risarcimento dei danni in caso di lesione del rapporto di convivenza di fatto.

L’argomentazione difensiva faceva leva sulla mancata considerazione dell’evoluzione che, nel diritto vivente, ha subito la nozione di famiglia di fatto. In ragione delle modifiche della vita sociale, infatti, si è recepito che, se è necessaria ai fini dell’accertamento dell’esistenza di una convivenza di fatto l’esternalizzazione della stabilità del legame affettivo, alla quale deve associarsi la condivisione di compiti ed obblighi, non necessariamente tale esternalizzazione può ravvisarsi esclusivamente in presenza della coabitazione. A sostegno di quanto sostenuto, si richiamava in particolare Cass. 7128 del 2013, la quale afferma che non necessariamente la convivenza deve coincidere con la coabitazione e definisce la convivenza come “lo stabile legame tra due persone connotato da duratura e significativa comunanza di vita e di affetti”.

La Corte d’Appello territoriale, dunque, sarebbe incorsa in un errore di valutazione in fatto e in diritto, limitandosi a considerare il rapporto di convivenza come fondato imprescindibilmente sulla coabitazione, senza considerare altri importanti e comprovanti elementi quali l’esistenza di un conto corrente comune, la disponibilità in capo alla ricorrente delle agende lavorative del defunto, il fatto che i carabinieri si rivolsero a lei subito dopo l’incidente, indicandola a verbale come convivente del defunto; da essi emerge inequivocabilmente l’esistenza di un rapporto stabile e duraturo che, anche nell’eventuale mancanza della coabitazione, possono ritenersi sicuri indici di un legame stabile, la cui perdita sia risarcibile.

Con ordinanza n. 9178/2018, la Suprema Corte ha ritenuto il suindicato motivo di doglianza fondato, ha accolto il ricorso e cassato la sentenza della Corte d’Appello di Milano.

Il Giudice di merito ha violato il principio della necessità di una valutazione globale degli indizi, incorrendo in un errore di diritto sul metodo da utilizzare ai fini della corretta valutazione del materiale probatorio prodotto in giudizio. La pluralità di elementi, che sono stati acquisiti durante la fase istruttoria del giudizio e che costituiscono indici rilevanti e convergenti dell’esistenza di un rapporto di convivenza di fatto, non possono essere presi in considerazione atomisticamente, ma devono essere considerati nella loro unitarietà e nella loro interazione l’uno con l’altro. Conclude la Corte di legittimità che “è, pertanto, erroneo l’operato del Giudice di merito il quale, al cospetto di plurimi indizi, li prenda in esame e li valuti singolarmente, per poi giungere alla conclusione che nessuno di essi assurga, autonomamente, a dignità di prova (v. Corte di Cassazione, n. 7303 del 2012; v. anche recentemente Corte di Cassazione, n. 12022 del 2017; v. anche Corte di Cassazione, n. 5374 del 2017)”; con ciò denunciando tutte le operazioni di scomposizione e parcellizzazione delle prove indiziarie che, valutate come unicum, acquisiscano dignità probatoria sotto il profilo della certezza, gravità e concordanza.

Il secondo errore in diritto nel quale è incorsa la Corte d’Appello cade sulla stessa nozione di convivenza di fatto giuridicamente rilevante e meritevole di tutela, anche sotto il profilo risarcitorio. Benché il Giudice di seconde cure si sia uniformato ai principi di diritto elaborati dalla giurisprudenza di legittimità, non può attribuirsi rilevanza dirimente al fatto che i conviventi avessero, al momento della morte del de cuius, residenze in luoghi diversi.

Conseguentemente al mutato assetto della società, infatti, la nozione di convivenza tutelabile viene definita da un elemento soggettivo, dato dalla relazione affettiva stabile, accompagnato dall’elemento oggettivo della reciproca, spontanea assunzione di diritti ed obblighi.

La Corte di Cassazione, realizzando un percorso di adeguamento alla vita sociale in cui oggi si è chiamati spesso ad operare, statuisce quale principio di diritto che, nell’illustrazione degli elementi identificativi della convivenza more uxorio, se la coabitazione è stata finora indicata come un indice rilevante e ricorrente dell’esistenza di una famiglia di fatto, individuando l’esistenza di una casa comune all’interno della quale si svolge il programma di vita della coppia, non deve essere peraltro ritenuto un elemento imprescindibile, la cui mancanza, di per sè, è determinante al fine di escludere la configurabilità della convivenza.

Rebus sic stantibus, è risarcibile ex art. 2059 c.c. il danno arrecato al rapporto di convivenza, intesa quale stabile legame tra due persone connotato da duratura e significativa comunanza di vita e di affetti, anche quando non sia contraddistinto da coabitazione, giacché lede un interesse costituzionalmente tutelato dall’art 2 Cost.

Avv. Sabrina Candiano – info: sabrinacandiano@libero.it;

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