Il compenso dell’avvocato tra libertà e decoro

Il compenso dell’avvocato tra libertà e decoro.

Al principio o, se si preferisce, alla base, vi è il rapporto fiduciario tra il professionista e alessandra di fronzol’assistito, e quel peculiare negozio a prestazioni corrispettive, il contratto di prestazione d’opera intellettuale, la cui disciplina, al comma 2 dell’art.2233 Codice Civile, sancisce che, indipendentemente dalle modalità di determinazione stabilite dal comma 1 (convenzione tra le parti, liquidazione giudiziale), “in ogni caso la misura del compenso deve essere adeguata all’importanza dell’opera e al decoro della professione”. E tanto, al riparo dell’ombrello costituzionale, abbastanza largo da comprendere, pacificamente, qualunque lavoro in tutte le forme ed applicazioni tutelate dall’art.35, costituito dall’art.36 della Costituzione della Repubblicana Italiana che attribuisce al lavoratore il “diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Le suddette disposizioni, coordinate con quelle previste dagli articoli 57 e seguenti del Regio Decreto Legge 27 novembre 1933 n.1578 (cioè la vecchia Legge professionale denominata “Ordinamento delle professioni di avvocato e di procuratore”), attraverso una numerosa serie di ulteriori interventi normativi, si sono in concreto tradotte nell’attribuzione ex lege al Consiglio Nazionale Forense della potestà di stabilire i criteri per la determinazione degli onorari, dei diritti e delle indennità spettanti agli avvocati e ai procuratori per prestazioni giudiziali in materia civile (articolo unico L.7 novembre 1957, n. 1051), con le modalità (relative agli onorari e alle indennità in materia penale e stragiudiziale) previste dall’art. 1 della legge 3 agosto 1949, n. 536, cioè ogni biennio con deliberazione del Consiglio Nazionale Forense, approvata dal Ministro per la Grazia e Giustizia. In concomitanza con detta disciplina, in regime, per così dire, di semilibertà, tra inderogabilità dei diritti e degli onorari minimi e libertà di pattuizione del quantum concreto, il vecchio Codice Deontologico, all’art.43, comma 2-II, pur senza agganciare espressamente il compenso del professionista ai concetti di dignità e decoro, sanciva il divieto per l’avvocato di “richiedere compensi manifestamente sproporzionati all’attività svolta”. Diritti e onorari, quindi, non troppo bassi né troppo alti, comunque mantenuti tra i minimi e massimi tariffari, sempre decorosi, pur se diversamente quantificati in proporzione ai criteri previsti dai decreti ministeriali per la liquidazione giudiziale. Il c.d. decreto Bersani, Decreto Legge 4 luglio 2006 n.223, con l’art.2 intitolato “Disposizioni urgenti per la tutela della concorrenza nel settore dei servizi professionali”, abrogando le disposizioni legislative e regolamentari che prevedevano, con riferimento alle attività libero professionali e intellettuali, l’obbligatorietà di tariffe fisse o minime, “nell’intento di innescare nei diversi ambiti professionali un circuito virtuoso di concorrenzialità per far ripartire l’economia italiana” (scrive Deborah Bianchi su “Il Sole 24 ORE” on line), ha ufficialmente dato il via alla “fine del decoro tariffario” (Antonino Ciavola in “Altalex”, 9 febbraio 2015) spingendo verso la determinazione consensuale dei compensi ed aprendo alla libertà di concorrenza anche il Codice Deontologico. L’art.45 del Codice, infatti, viene modificato nel senso di consentire all’avvocato di pattuire con il cliente compensi parametrati al raggiungimento degli obiettivi perseguiti, fermo il divieto dell’articolo 1261 Codice Civile, e proporzionati all’attività svolta, fermo il principio disposto dall’art 2233 Codice Civile. Sul percorso, non solo terminologico, che muta le prestazioni professionali intellettuali in servizi legali, due ulteriori importanti tappe: 1) l’abrogazione, ad opera dell’art.9 del Decreto Legge 24 gennaio 2012 n.1, delle tariffe delle professioni regolamentate nel sistema ordinistico (e delle disposizioni che per la determinazione del compenso del professionista ad esse rinviavano) con rimando, nel caso di liquidazione da parte di un organo giurisdizionale, a parametri stabiliti con decreto del Ministro vigilante; 2) l’approvazione della Legge Professionale n.247 del 31 Dicembre 2012. Con l’entrata in vigore della nuova disciplina della professione forense il Consiglio Nazionale Forense perde la potestà riconosciutagli dalla legge di stabilire i criteri per la determinazione dei compensi professionali, restando titolare, ai sensi del comma 1 lettera g) dell’art.35, della prerogativa di proporre ogni due anni al Ministero della Giustizia i parametri di cui all’art.13; come previsto dal comma 3 dell’art.13, inoltre, la pattuizione dei compensi diventa libera. Tanto perchè, nell’esercizio della professione forense, ai sensi del comma 2 dell’art.3 della stessa legge (art.9 dell’attuale Codice Deontologico), deve oggi tenersi conto, oltre che degli antichi valori di indipendenza, lealtà, probità, decoro, diligenza e competenza e del rilievo sociale della difesa, anche, più “modernamente”, del rispetto dei principi della corretta e leale concorrenza. Le norme introdotte dal 2006 in poi hanno però comportato immediate ricadute negative per i singoli professionisti, la cui autonomia e indipendenza, valori primari connaturati all’inviolabilità del diritto di difesa, sono stati messi in crisi. In crisi dalla normativa a tutela del consumatore (si legge nell’ultima parte del comma 2 dell’art.9 D.L. n.1/2012 che “l’utilizzazione dei parametri nei contratti individuali tra professionisti e consumatori o microimprese dà luogo alla nullità della clausola relativa alla determinazione del compenso ai sensi dell’articolo 36 del decreto legislativo 6 settembre 2005, n. 206”); in crisi con i c.d. grandi clienti o clienti forti (enti pubblici, istituti di credito, società di assicurazioni sulle cui attività, si badi, l’Autorità Garante per la Concorrenza e il Mercato è pure legittimata ad intervenire ex art.21-bis Legge n.287 del 10 Ottobre 1990), in virtù dell’azzeramento del potere contrattuale nella determinazione delle condizioni delle convenzioni di conferimento di incarico professionale (in mancanza di un minimo inderogabile, la possibilità di scelta di altro professionista che sottoponga un preventivo più basso è realtà); in crisi con i clienti persone fisiche e giuridiche non rientranti nelle predette categorie per la difficoltà di far comprendere che il rapporto fiduciario si basa anche sulla determinazione di compensi adeguati alle prestazioni professionali svolte  ed a svolgersi. In crisi nei rapporti con i colleghi, perché è inaccettabile l’idea del lavoro al ribasso come condizione per il mantenimento della clientela e che una più conveniente offerta da parte di altri professionisti sia sganciata dai valori citati dalla vecchia e nuova normativa ordinamentale. Si assiste, dunque, al tentativo di recupero, sul piano della deontologia, delle privazioni effettuate nel nome delle liberalizzazioni dei servizi legali. Con la circolare n.22 del 2006, il Consiglio Nazionale Forense avvertiva che la conclusione da parte dell’avvocato di patti con previsione di un compenso inferiore al minimo tariffario, pur legittima civilmente, poteva risultare in contrasto con gli articoli 5 e 43 comma 2 II del Codice Deontologico (il vecchio) in quanto il compenso irrisorio, non adeguato, lede la dignità dell’avvocato e si discosta dalle previsioni dell’art.36 della Costituzione. Tuttavia, con la sentenza n.1164 emessa il 22 Marzo 2016 sul ricorso presentato dal Consiglio Nazionale Forense nei confronti della Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, il Consiglio di Stato ha sanzionato l’adozione e diffusione della circolare citata che, per il suo “chiaro contenuto anticoncorrenziale”, integra gli estremi di un’intesa “per oggetto”. Decoro e compenso, afferma in buona sostanza il Consiglio di Stato, non camminano a braccetto. Ancorché, dunque, il nuovo Codice Deontologico richiami all’art.9 i doveri sanciti dall’art.3 della Legge Professionale e all’art.29 comma 4 ribadisca che “l’avvocato non deve richiedere compensi o acconti manifestamente sproporzionati – per eccesso o per difetto – all’attività svolta o da svolgere”, la strada per riagganciare a decoro e dignità il compenso professionale esigibile, in considerazione della citata più recente giurisprudenza amministrativa, non sembra essere dunque soltanto quella del recupero dei valori deontologici. Ed infatti, non sufficientemente determinati sono i “modi non conformi a corretta e decoro” con i quali è proibito all’avvocato acquisire rapporti di clientela ex art.37 (Codice Deontologico pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n.241 del 16 Ottobre 2014 in vigore dal 15 Dicembre 2015); né del pari ha diretta utilità, per il professionista che ne segnali la contrarietà, il dettato dell’art.35 del medesimo Codice, come modificato con delibera del Consiglio Nazionale Forense del 22 gennaio 2016, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale, Serie Generale 3 maggio 2016, n. 102, ancorché pregevoli siano le statuizioni ivi contenute, come quella attinente al divieto per l’avvocato di dare informazioni comparative con altri professionisti. La strada è certamente normativa. E va cercata proprio lì da dove siamo partiti, nella normativa codicistica e costituzionale, nella peculiarità del contratto fiduciario tra avvocato e assistito che, attesa la sua funzione sociale, va tutelato anche da comportamenti contrari ai buoni costumi, alle buone pratiche peculiari alla categoria di appartenenza del professionista. Non tuttavia (o comunque non solo) attraverso l’approvazione di una legge sul c.d. “equo compenso” come sembra nelle intenzioni governative (a maggior ragione ove limitata alla disciplina del rapporto professionale tra avvocato o società tra professionisti e i c.d. grandi clienti) perché, ancorché a fini diversi, tale iniziativa legittimerebbe la logica che, estremizzata, ha portato all’abbrutimento del concetto di liberalizzazione e non avrebbe altro effetto pratico se non quello di incrementare, attraverso commissioni di studio dalla più svariata composizione, le già numerose istituzioni coinvolte nel procedimento di determinazione dei parametri professionali (si legga, per esempio, il testo della Legge 31 Dicembre 2012 n.233 denominata “Equo compenso nel settore giornalistico”), bensì con il recupero alla massima istituzione forense della potestà normativa in materia di compensi e con specifiche previsioni normative. Risultano già elaborate proposte di legge finalizzate ad ottenere la modifica dell’art.2233 del Codice Civile attraverso l’integrazione della norma con previsione dell’inderogabilità, in sede convenzionale, del limite della diminuzione del valore medio tabellare (attualmente previsto, in caso di liquidazione giudiziale, fino al 50% dall’art.4 del Decreto Ministeriale n.55 del 2014). Tale modifica, pure determinante, segnerebbe tuttavia un ritorno al passato che pare inconciliabile con la disciplina sulle liberalizzazioni, a meno di non prevederne un’improbabile, nonché contraria alle esigenze europee, abrogazione. Sembra ragionevole attendersi piuttosto – e non è detto che sia un bene –, atteso il richiamo operato dalla Legge Professionale e dal Codice Deontologico al rispetto dei principi della corretta e leale concorrenza, che il legislatore si faccia carico di disciplinare le regole della concorrenza tra professionisti, prevedendone a livello normativo primario sia gli atti tipici (quali, a titolo esemplificativo ma non esaustivo, quelli previsti come vietati dalle norme deontologiche in materia di corretta informazione art.35 e di divieto di accaparramento della clientela art.37) sia quelli atipici (legati ai canoni di correttezza e decoro) con conseguente previsione di una responsabilità civile per chi li pone in essere, di natura patrimoniale e non, anche ex art.2043 Codice Civile. Se così fosse, tale disciplina andrebbe allora codificata non con l’estensione ai liberi professionisti dell’art. 2598 Codice Civile, come pure sembra essere ammesso da una certa giurisprudenza (cfr. Trib. Bologna, 13.8.1999, in Dir. ind., 2000, 36), ma in attuazione di uno ius proprium, legato cioè allo status dell’avvocato, della cui compiuta normazione si sente l’urgenza, non potendosi (ma volendosi) escludere, in un prossimo futuro, che quella che oggi è solo una interpretazione giurisprudenziale, “rientra nella nozione europea di impresa anche l’esercente una professione intellettuale” (sicché l’Ordine professionale può essere qualificato alla stregua di un’associazione di imprese ai sensi dell’art.101 TFUE, Consiglio di Stato, 1164/2016 cit.), diventi precetto di immediata applicazione con le relative conseguenze.

Avv. Alessandra Di Fronzo

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