La Cassazione sui compensi degli avvocati

La Cassazione chiarisce in quale caso non opera la prescrizione presuntiva per i compensi degli avvocati.

Corte di Cassazione – sez. seconda – sentenza nr. 761 del 13 gennaio 2017.

Il caso

Il caso di specie involge la specifica tematica della prescrizione triennale del diritto dell’avvocatomara buquicchio per il compenso professionale, sancita dall’art. 2956 n. 2 c.c.

 L’Avvocato (OMISSIS) chiedeva ed otteneva dal Giudice di Pace di Lecce un decreto ingiuntivo per l’importo di € 4.420,60 quale compenso per l’attività di patrocinio prestata nei confronti dell’Ente XXX in una vertenza civile. A seguito di opposizione da parte dell’Ente intimato avverso il provvedimento monitorio – in cui si eccepiva la prescrizione presuntiva triennale del credito – il Giudice di Pace revocava il decreto ma accoglieva in parte la pretesa pecuniaria, rideterminando il credito in € 2.807,39 oltre accessori e spese di lite. In proposito, si valorizzava l’esistenza in atti di una nota protocollata dell’Ente intimato, qualificabile come riconoscimento del debito, da cui doveva piuttosto farsi decorrere la prescrizione ordinaria decennale, non ancora maturata. Sicché l’Ente XXX proponeva appello che il Tribunale di Lecce, con sentenza pubblicata il 12/02/2015, accoglieva, riformando integralmente la sentenza impugnata, accogliendo l’opposizione e revocando il decreto opposto. Pertanto, il professionista proponeva ricorso per la cassazione della prefata sentenza di merito.

La decisione commentata

La Corte, definitivamente pronunciando sul ricorso, lo rigetta.

Va premesso che le prescrizioni presuntive, trovando ragione unicamente nei rapporti che si svolgono senza formalità, dove il pagamento suole avvenire senza dilazione né rilascio di quietanza scritta, non operano se il credito trae origine da contratto stipulato in forma scritta. Tanto perché i rapporti risultanti da scritture non si possono ricomprendere fra quelli in cui è d’uso comune l’immediato pagamento (cfr. Cass. 9930/2014; 8200/2006; 1504/1995).

 

Nell’ipotesi (che è quella che qui interessa) in cui il credito abbia ad oggetto il compenso dovuto ad un avvocato per prestazioni giudiziali, l’atto scritto richiesto ai fini dell’esclusione dell’operatività della prescrizione di cui all’art. 2956, n. 2 c.c. non può, tuttavia, essere individuato nella procura alle liti rilasciata ai fini della proposizione della domanda o della resistenza in giudizio, costituendo la stessa un negozio unilaterale volto ad investire il difensore della rappresentanza processuale, che, pur presupponendo il conferimento dell’incarico professionale, va tenuto nettamente distinto dal relativo contratto di mandato: quest’ultimo attiene, infatti, al rapporto interno tra il professionista ed il cliente e può essere stipulato anche da un soggetto diverso da colui che rilascia la procura ad litem, instaurandosi in tal caso un rapporto extraprocessuale, collaterale a quello endoprocessuale avente ad oggetto l’attribuzione della rappresentanza, e regolato dalle norme di diritto sostanziale che disciplinano il mandato (cfr. Cass. 11145/2012).

Ciò posto, secondo questa Corte, il Tribunale ha correttamente ritenuto applicabile la prescrizione presuntiva in questione, in quanto nel caso di specie non vi è un contratto di mandato in forma scritta, né tantomeno vi era un obbligo di concluderlo in tale forma.

Conclusivamente, dalla sentenza in commento va estrapolata la seguente massima: «Le prescrizioni presuntive, trovando ragione unicamente nei rapporti che si svolgono senza formalità, dove il pagamento suole avvenire senza dilazione, non operano se il credito trae origine da contratto stipulato in forma scritta. Peraltro, delle stesse si può avvalere anche un soggetto obbligato a tenere le scritture contabili, non interferendo tale disciplina con quella dei requisiti di forma dei contratti».

 Dott.ssa Mariangela Buquicchio 

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