Quando l’INPS non può richiedere le somme già erogate

DIVIETO IN CAPO ALL’INPS DI CHIEDERE LA RESTITUZIONE DELLE SOMME EROGATE A TITOLO RETRIBUTIVO E PREVIDENZIALE.

Corte di Cassazione – sez. lavoro sentenza 482 depositata l’11 gennaio 2017

 La Suprema Corte di Cassazione è stata chiamata a pronunciarsi sulla sussistenza o meno – in capo all’INPS – del diritto alla ripetizione delle somme indebitamente erogate a titolo retributivo e pensionistico.

L’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale – in virtù di quanto disposto dall’art. 2033 c.c. – francesco piscazziriteneva di essere legittimato a recuperare l’importo erogato a titolo retributivo e pensionistico, ma non dovuto in quanto correlato ad un rapporto di lavoro sorto in violazione di norme imperative ovvero ad un atto di conferimento di mansioni superiori rispetto a quelle originariamente assunte ritenuto successivamente illegittimo.

Già il Tribunale di Milano e la Corte di Appello di Milano avevano reputato del tutto illegittima la ripetizione di tali somme, sull’assunto secondo il quale il diritto alla retribuzione, al trattamento di fine rapporto nonché al trattamento pensionistico “sono diritti quesiti, intoccabili per fatti successivi”;  pertanto, anche nel caso in cui il contratto di lavoro venga colpito da nullità o annullabilità ovvero l’atto di conferimento delle mansioni superiori venga poi annullato, l’INPS non ha diritto di ripetere ciò che ha corrisposto.

Avverso la sentenza della Corte di Appello di Milano, l’INPS ha proposto ricorso dinnanzi alla Suprema Corte di Cassazione la quale, tuttavia, ha emesso una pronuncia di rigetto sostenendo che le fattispecie in analisi soggiacciono alla disciplina posta dall’art. 2126 c.c. e non alla disciplina ordinaria posta dall’art. 2033 c.c., con la logica conseguenza secondo cui l’importo delle retribuzioni, del trattamento di fine rapporto e di quello pensionistico, erogato per le mansioni effettivamente svolte dal lavoratore, non deve essere restituito all’Ente erogatore.

In altri termini, anche nell’ipotesi in cui il rapporto contrattuale sia sorto in violazione di norme imperative o l’atto di conferimento della mansione superiore rispetto al c.d. livello iniziale sia stato successivamente annullato, il lavoratore non deve procedere alla ripetizione di quanto percepito per l’attività di fatto svolta rilevando, questa, come rapporto di fatto per il quale trova applicazione ai fini retributivi e previdenziali l’art. 2126 c.c.

Tale norma, infatti, dispone che “La nullità o l’annullamento del contratto di lavoro non produce effetto per il periodo in cui il rapporto ha avuto esecuzione, salvo che la nullità derivi dall’illiceità dell’oggetto o della causa”. Pertanto, il lavoratore deve essere pagato per il lavoro effettivamente svolto, nella qualifica di fatto attribuitagli, a prescindere dalla sorte che è toccata al contratto ovvero all’atto di conferimento della mansione superiore rispetto a quella originaria.

Detta conclusione, sostengono i giudici di Cassazione, risulta coerente in primis con il “principio di corrispettività delle prestazioni” posto a fondamento dei contratti di lavoro – atteso che un rapporto di lavoro può sussistere solo sulla base di un sinallagma – ed in secundis con il “principio di irripetibilità delle pensioni” posto dall’art. 52 della legge 88/89.

In conclusione, quindi, gli Ermellini hanno negato in capo all’INPS il diritto di procedere al recupero delle somme erogate a titolo retributivo e pensionistico in tutti quei casi in cui il lavoratore abbia di fatto svolto l’attività lavorativa (cui detti importi sono riferiti), nella qualifica effettivamente attribuitagli (legittimamente o illegittimamente), fatta salva l’ipotesi in cui l’indebita prestazione sia imputabile a dolo dell’interessato. 

Avv. Francesco Piscazzi

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