Nessuna molestia se lo scopo è vedere i figli affidati alla ex.

Nessuna molestia se lo scopo è vedere i figli affidati alla ex. 

Corte di Cassazione, sez. I penale, sentenza 13-27 maggio 2015 nr. 22152

Non sussiste il necessario requisito della petulanza, ovvero  quel modo di agire pressante,logo commentario insistente, indiscreto e impertinente, che finisce, per il modo stesso in cui si manifesta, per interferire sgradevolmente nella sfera della quiete e della libertà della persona ove gli atteggiamenti siano posti in essere per vedere i propri figli affidati alla ex.

Gli ermellini con la decisione in esame, finalmente, pongono un punto fermo circa la dibattuta questione  del considerare riconducibili al reato di stalking gli atteggiamenti molesti perpetrati a danno dell’ex convivente al fine di poter esercitare il diritto di visita nei confronti dei propri figli.

La Cassazione nella sentenza n. 22152/2015, pronunciandosi sulla vicenda di un padre che aveva tempestato di sms ed e-mail l’ex compagna al solo fine di vedere il figlio minore ,nato dalla relazione sentimentale ormai conclusa, prima che il tribunale ne regolamentasse il diritto di visita, ha escluso non solo l’ipotesi di reato di cui all’art. 612-bis, ma anche quella di cui all’art. 660 c.p. per totale mancanza dell’elemento volitivo in capo all’agente.

Per la Suprema Corte, mancano, infatti,  sia la connotazione della “petulanza” nel comportamento del soggetto, ovvero quel modo di agire “pressante, insistente, indiscreto e impertinente che finisce per il modo stesso in cui si manifesta, per interferire sgradevolmente nella sfera della quiete e della libertà della persona”, ove verificatosi per un tempo prolungato, sia il presupposto del “biasimevole motivo” che la norma aggiunge alla petulanza come motivazione da considerare “riprovevole per se stessa o in relazione alla persona molestata”.

La condotta dell’imputato manca dell’elemento soggettivo, in quanto lo stesso voleva soltanto avere notizie del figlio minore, allo scopo di poterlo incontrare, esercitando in tal modo i propri diritti di genitore e non era certo finalizzata a creare disagi o molestie all’ex convivente, anche in considerazione del fatto che i fatti contestati si erano verificati prima che il tribunale dei minorenni intervenisse per regolamentare i rapporti tra i due ex conviventi, funzionali all’educazione del figlio minore.

L’azione dell’imputato  era mossa soltanto dal suo voler vedere non compromesso il proprio  rapporto di genitorialità, frustrato dagli atteggiamenti ostruzionistici della ex convivente che, di fatto, compromettevano le visite nei confronti del figlio minore, stante l’assenza di regolamentazione giudiziaria delle stesse.

Secondo gli ermellini “ai fini della sussistenza dei reato di cui all’art. 660 cod. pen. (…) sono necessarie la coscienza e la volontarietà della condotta molesta, rispetto alla quale gli intenti perseguiti dall’agente – proprio perché attinenti alla sola sfera interiore dei motivi – non hanno alcuna incidenza sulla finalità dell’azione criminosa in relazione alla quale si configura il dolo. Tali comportamenti, a prescindere dalla liceità o meno delle motivazioni che stanno alla base del comportamento dell’imputato, impongono di accertare che il comportamento del soggetto sia connotato per la sua petulanza, ovvero per quel modo di agire pressante, insistente, indiscreto e impertinente, che finisce, per il modo stesso in cui si manifesta, per interferire sgradevolmente nella sfera della quiete e della libertà della persona“.

Avv. Silvia Bellino 

Add a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *