Il reato di stalking in condominio

STALKING IN CONDOMINIO – IL REATO DI ATTO PERSECUTORI EX ART. 612 bis C.P. – BREVI RIFLESSIONI

Cassazione penale, sez. V, 11/02/2016, (ud. 11/02/2016 dep. 28/6/2016), sentenza nr. 26878 e altre

La serenità dei rapporti tra condòmini è cosa molto seria. E per evitare il pericolo di recidivaalessandra di fronzo degli atti qualificabili come persecutori ex art. art.612 bis c.p., fattispecie estensibile anche ai rapporti tra vicini di casa, nei casi più gravi, può essere disposta (e confermata) la massima misura cautelare personale.

In questo senso la Suprema Corte di Cassazione si è espressa con il provvedimento in commento con il quale ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dall’indagato avverso l’ordinanza del Tribunale del riesame di Roma confermativa della misura cautelare della custodia in carcere, ancorchè motivata – come sostenuto dalla difesa – sulla base delle sole dichiarazioni della persona offesa, peraltro non supportate da alcun documento, neppure di natura medica.

Afferma la Corte, al fine di disattendere i motivi di impugnazione del ricorrente, che per giurisprudenza costante (Cass. SS.UU. 41461 del 19/7/2012 Ud. – dep. 24/10/2012 – RV 253214) le dichiarazioni della persona offesa dal delitto ben possono essere anche da sole poste a fondamento dell’affermazione di responsabilità se sottoposte a vaglio critico – più penentrante e rigoroso rispetto a quello cui soggiacciono le dichiarazioni di qualsiasi testimone – circa l’attendibilità soggettiva del dichiarante e l’attendibilità oggettiva di quanto riferito e ad esse non si applica la regola di giudizio ex art.192, comma 3 c.p.p., che richiede che il giudice valuti le dichiarazioni (del coimputato del medesimo reato o da persona imputata in procedimento connesso) unitamente agli altri elementi di prova che ne confermino l’attendibilità.

In coerenza con la giurisprudenza di legittimità, inoltre, la Corte osserva che il provvedimento impugnato dà conto delle conseguenze della condotta criminosa sulla condizione di vita della persona offesa, costretta ad assentarsi dal lavoro ed assumere tranquillanti, ravvisando in esse gli eventi del mutamento delle abitudini e dell’insorgere di un grave stato di ansia (Cassazione penale, sez. V, 28/2/2012 CC dep.16/4/2012, n. 14931).

Conclude la Corte che – attesa la gravità e le specifiche modalità dei fatti, il riferimento ai precedenti penali e giudiziari dell’indagato (anche caratterizzati da violenza e molestia alle persone, nonchè alla condizione di persona dedita all’alcool) e l’assenza di prova da parte della difesa di essersi attivata allegando la disponibilità ad ospitare l’uomo da parte dei parenti e quella dell’indagato ai mezzi elettronici di controllo – deve escludersi l’idoneità di misure affidate all’autocontrollo dell’indagato, come quella degli arresti domiciliari (ovvero, aggiuremmo, quella di divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa – art.282 ter c.p.p.) a neutralizzare il pericolo di recidiva e che, dunque, il ricorso, manifestamente infondato va dichiarato inammissibile.

La pronuncia offre lo spunto per un riflessione sul reato di atti persecutori posti da in essere in danno di una o più persone tra loro accomunate (per es. perchè appartententi allo stesso genere) e abitanti nello stesso condominio.

L’art.612 bis c.p., introdotto dal D.L. n. 11 del 23/2/2009, punisce chi, con condotte reiterate, minacci o molesti taluno, in modo, anche alternativo: 1) da cagionare un suo perdurante stato di ansia; 2) da ingenerare un suo fondato timore per l’incolumità propria o di persone prossime; 3) da costringere ad alterare le proprie abitudini di vita.

La condotta criminosa è stata dalla giurisprudenza ritenuta integrata da comportamenti quali minacce ed insulti, rumori molesti, ma anche da piccoli, ma insistenti gesti quotidiani, come spiare dalle finestre, suonare musica ad alto volume, battere sulle pareti o sui pavimenti, insozzare i balconi con spazzatura.

Va precisato che l’indagine volta ad accertare in che termini tali condotte “persecutorie” vengano poste in essere e si sviluppino sarà molto approfondita. Ciò in quanto se dette condotte maturano in un ambito di litigiosità tra due o più soggetti in posizione di sostanziale parità, non potrà raffigurarsi la condotta persecutoria richiedendo questa, invece, anche in caso di reciprocità, l’accertamento di una posizione di ingiustificata predominanza di uno dei contendenti, tale da consentire non solo di qualificare le condotte minacciose e moleste come atti di natura persecutoria, ma anche di definire le reazioni della vittima come esplicazione di un meccanismo di difesa volto a sopraffare la paura.

Sulla scorta di quanto affermato da Cass., Sez. V, n.6417/2010, Rv 245881, ripresa anche da Cass., Sez. V, n.20895/2011, secondo cui il termine “reiterare” denota la ripetizione di una condotta una seconda volta, ovvero più volte con insistenza – sicchè il fatto può essere costituito anche da due sole “condotte”, in successione tra loro, anche se intervallate nel tempo – la Sez.III della Suprema Corte, con la sentenza n.45648, afferma che “è da escludere l’equivalenza del concetto di reiterazione con la serialità”, mentre la natura giuridica di reato di evento e di danno della fattispecie di cui all’art.612bis c.p. impone che la condanna sia subordinata al previo accertamento della sussistenza di un nesso di causalità tra la condotta del soggetto agente e le conseguenze pregiudizievoli in capo alla vittima.

Non si richiede, tuttavia, ai fini dell’integrazione del reato, l’accertamento di uno stato patologico, ma è sufficiente che gli atti persecutori abbiano un effetto destabilizzante della serenità e dell’equilibrio psicologico della vittima, considerato che la fattispecie incriminatrice in esame – integrata da atti per sé costitutivi di condotte di molestia o di minaccia – non costituisce una duplicazione del reato di lesioni ex art.582 c.p. (Cass., Sez. V, n.16854/2011).

La possibilità che detti reati possano concorrere, quindi, comporta che la eventuale remissione della querela della vittima di stalking renderà impossibile procedere d’ufficio per il reato di atti persecutori, ma non impedirà di procedere per il reato di lesioni aggravato ai sensi dell’art.585, comma 1, c.p (Cass. n.32147/2013) in danno della vittima del reato di cui all’art.612 bis c.p..

Alla sussistenza della fattispecie esaminata consegue, ovviamente, il diritto al risarcimento dei danni subìti dalla vittima del reato, da richiedersi in sede penale o, separatamente, in sede civile.

Avv. Alessandra Di Fronzo 

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