Incasso posticipato non concorre al reddito da lavoro autonomo.

michelepetruzzi

Corte di Cassazione – sent. 17306 del 30/07/2014

La Corte di Cassazione con la sentenza n. 17306 del 30 luglio 2014 ha legittimato l’applicazione del c.d.principio di cassa per i professionisti.

Infatti un avvocato, soggetto passivo di un avviso di accertamento, impugnava innanzi alla Commissione Provinciale di Milanol’atto notificatogli che rettificava i redditi dichiarati per l’anno 1999; la CTP provvedeva a rigettare il ricorso e la sentenza veniva impugnata innanzi alla CTR Lombardia che accoglieva parzialmente i gravami del primo giudizio.

Con ricorso presentato innanzi alla Corte di Cassazione avverso la sentenza emessa dalla CTRil ricorrente fondava il proprio convincimento in ragione dell’applicazione, anche ai fini delle imposte dirette, del Decreto del Presidente della Repubblica n. 633 del 1972, articoli 6 e 21, per i quali le prestazioni di servizi si considerano effettuate all’atto del pagamento del corrispettivo e la fattura si deve considerare emessa solo al momento dell’effettuazione dell’operazione contabile.

Altro motivo fondante del ricorso alla S.C. riguardava la contestazione della conferma della tassazione nell’anno di accertamento (nello specifico 1999) dei redditi percepiti nell’anno successivo, precisando come la Commissione Regionale aveva ignorato il dettame del T.U.I.R. che, in merito alla determinazione del reddito da lavoro autonomo, stabilisce come “il reddito derivante dall’esercizio di arti e professioni è costituito dalla differenza tra l’ammontare dei compensi in denaro o in natura percepiti nel periodo d’imposta, anche sotto forma di partecipazione agli utili, e quello delle spese sostenute nel periodo stesso nell’esercizio dell’arte o della professione”.

Infine come terzo motivo l’avvocato-ricorrente lamentava alla Cassazione la “violazione dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per omessa motivazione sulla mancata pronuncia in ordine al richiesto annullamento delle maggiori imposte accertate dall’ufficio sul valore della produzione ai fini dell’I.R.A.P. e sull’addizionale regionale”.

Sulla vicenda esposta gli Ermellini hanno ritenuto legittima l’applicazione del combinato disposto dagli articoli 6, 3 comma e 21 del Decreto del Presidente della Repubblica n. 633/1972 in ossequio del quale “le prestazioni di servizi si considerano effettuate all’atto del pagamento del corrispettivo e la fattura è emessa al momento dell’effettuazione dell’operazione”, confermando una precedente pronuncia (cfr. Cass. civ. sez. 5 15 aprile 2011, n. 8626) in ragione della quale i redditi da lavoro autonomo vanno dichiarati secondo il principio di cassa e non di competenza.

Con l’occasione la Cassazione ha voluto precisare un principio di diritto: “L’importo di fatture emesse dal professionista nell’anno d’imposta oggetto di accertamento da parte dell’Ufficio, ove sia comprovato dal contribuente che l’incasso e’ avvenuto in epoca ad esso successiva, non concorre alla determinazione del reddito da lavoro autonomo del professionista ai fini Irpef per l’anno oggetto di accertamento cristallizzando in maniera inequivocabile il proprio orientamento (come detto cfr. Cass. civ. sez. 5 15 aprile 2011, n. 8626).

La Suprema Corte ha altresì ritenuto di dover cassare la sentenza appellata affermando che la determinazione del volume di affari ai fini della determinazione dell’imponibile assoggettabile ad Irpef, ovviamente, si riflette anche sul valore della produzione ai fini dell’I.R.A.P. e sulla Addizionale Regionale, con il conseguente annullamento delle relative maggiori imposte accertate dall’Ufficio.

In ultimo, ma non trascurabile elemento, la Suprema Corte si è espressa anche in ambito procedurale sulla censura del ricorrente in merito alla mancata pronuncia della CTR sul richiesto annullamento delle maggiori imposte accertate dall’Ufficio sul valore della produzione ai fini dell’Irap e sull’addizionale regionale e comunale dell’Irpef.

I Supremi Giudici hanno confermato l’orientamento delle Sezioni Unite (Cass. civ. sez. unite 24 luglio 2013, n. 17931; in senso conforme, successivamente, Cass. civ. sez. 131 ottobre 2013, n. 24553) secondo cui “il ricorso per cassazione, avendo ad oggetto censure espressamente e tassativamente previste dall’articolo 360 c.p.c., comma 1, deve essere articolato in specifici motivi riconducibili in maniera immediata ed inequivocabile ad una delle cinque ragioni di impugnazione stabilite dalla citata disposizione, pur senza la necessaria adozione di formule sacramentali o l’esatta indicazione numerica di una delle predette ipotesi. Pertanto, nel caso in cui il ricorrente lamenti l’omessa pronuncia, da parte dell’impugnata sentenza, in ordine ad una delle domande o eccezioni proposte, non e’ indispensabile che faccia esplicita menzione della ravvisabilità della fattispecie di cui dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 4, con riguardo all’articolo 112 c.p.c., purché il motivo rechi univoco riferimento alla nullità della decisione derivante dalla relativa omissione, dovendosi, invece, dichiarare inammissibile il gravame allorché sostenga che la motivazione sia mancante o insufficiente o si limiti ad argomentare sulla violazione di legge”, censurando la pronuncia emessa dalla Corte di Appello, nella parte in cui vi è stata omissione sulla domanda proposta dal contribuente, perché i giudici di seconda istanza avevano violato il principio della corrispondenza tra il chiesto ed il pronunciato.

Per tutte le ragioni lamentate e puntualmente argomentate dal ricorrente, la Suprema Corte ha ritenuto di accogliere il ricorso, procedendo a cassare con rinvio ad altra sezione della CTR Lombardia e disponendo che la stessa dovrà pronunciarsi anche in merito alle spese del giudizio di legittimità.

Avv. Michele Petruzzi – info: avv.michelepetruzzi@gmail.com

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