Accesso abusivo alla posta elettronica del collega

ACCESSO ABUSIVO ALLA CASELLA DI POSTA ELETTRONICA DEL COLLEGA.

Corte di Cassazione penale – sez. V, sentenza nr. 52075 del 15/12/2014

 

LA MASSIMA

In merito alla violazione, sottrazione e soppressione di corrispondenza, la nozione di logo commentariogiusta causa, alla cui assenza l’art. 616, II co., c.p., subordina la punibilità della rivelazione del contenuto della corrispondenza, non è fornita dal legislatore ed è, dunque, affidata al concetto generico di giustizia che la locuzione stessa presuppone e che il giudice, pertanto, deve determinare di volta in volta con riguardo alla liceità, sotto il profilo etico e sociale, dei motivi che determinano il soggetto ad un certo atto o comportamento.

 

IL CASO

 

Nel caso in oggetto un dottore commercialista accedeva abusivamente alla casella di posta elettronica di un avvocato, collega di studio, leggendo e diffondendo alcuni dei messaggi di posta inviati all’interno dei quali erano presenti pesanti apprezzamenti su magistrati ed avvocati del suo foro. Il Tribunale, con sentenza poi confermata dalla Corte d’Appello, condannava per i reati di cui agli artt. 615 ter e 616 c.p. il dottore commercialista, il quale ricorreva in Cassazione ritenendo, tra i diversi motivi del ricorso, che le condotte addebitategli dovessero esser scriminate ai sensi dell’art. 51 c.p. in quanto tali accessi erano funzionali alla difesa in un procedimento penale e lamentando violazione dell’art. 616 c.p. poichè la diffusione dei messaggi era avvenuta per giusta causa. La Suprema Corte, una volta adita, rigettava il ricorso ritenendo che nessuno dei motivi meritasse accoglimento. Gli Ermellini argomentavano che il diritto di difesa in giudizio non può autorizzare “intromissioni nella sfera giuridica delle controparti processuali o di altri soggetti processuali, né l’esercizio di poteri autoritativi riservati agli organi pubblici” e ritenendo, altresì, insussistente il richiamo alla giusta causa in quanto nessuna norma giuridica, etica o sociale autorizza la diffusione di “notizie ottenute invadendo la sfera privata altrui (che sia la posta, il domicilio, il luogo di lavoro o altro luogo in cui si svolge la personalità umana) per ristabilire un principio morale offeso, ovvero per consentire la punizione di un comportamento ritenuto genericamente disdicevole o contrario a regole giuridiche, deontologiche o morali”.

 

IL COMMENTO

 

La sentenza in oggetto appare di particolare interesse in virtù degli spunti che la stessa offre per quanto concerne l’accesso abusivo ad una casella di posta elettonica ed in particolar modo per le argomentazioni dedotte per confermare l’assenza di scriminanti ai sensi dell’art. 51 c.p. nonché di giusta causa ai sensi dell’art. 616 c.p.. Per quanto concerne l’assenza di scriminanti, gli Ermellini ritengono che la tesi dell’esercizio di un diritto nel caso in questione sia figlia di una lettura personalistica della norma in quanto, affinchè possa esserci la configurabilità dell’esercizio di un diritto, l’attività posta in essere deve costituire corretta estrinsecazione delle facoltà inerenti il diritto senza che possa sfociare in aggressioni dei diritti altrui. Di particolare rilievo è altresì l’assunto in cui la Suprema Corte nega la riconducibilità della condotta in questione alle investigazioni difensive in quanto tali attività devono fermarsi  di fronte agli ambiti di esclusivo dominio privato. Tale assunto va letto in stretto collegamento con la ratio dell’art. 615 c.p. (accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico), norma che va a tutelare i luoghi di dimora da intendersi non solo nella loro materialità ma anche nei casi di immaterialità dei luoghi in cui si svolge la vita privata come nel caso della casella di posta elettronica. Per quanto concerne, infine, la giusta causa invocata dal ricorrente è pacifico che l’art. 616 c.p. non definisce la nozione di giusta causa ma che la stessa vada valutata dal giudice caso per caso con riguardo alla liceità sia sotto il profilo etico sia sotto quello sociale dei motivi che hanno condotto il soggetto ad avere una certa condotta. Nel caso in questione la Cassazione ritiene che nessuna norma giuridica, etica o sociale possa autorizzare la diffusione di notizie ottenute invadendo la sfera privata altrui, intendendosi per sfera privata ogni luogo, anche immateriale, in cui si svolge la personalità umana.

 

Avv. Fabio Distefano – Info: avv.distefanofabio@gmail.com

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