Illegittimità del silenzio di Equitalia.

L’ illegittimità del silenzio serbato da Equitalia Sud S.p.A..

Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia Bari, sez. III – sentenza 5 novembre 2015 n. 1449.

  

Il caso.

Il sig. –OMISSIS, essendo venuto a conoscenza, in via informale, di pretese tributarie a suo carico,il commentario del merito di bari ha presentato formale istanza di accesso agli atti a mezzo PEC presso Equitalia Sud S.p.A. in merito a cartelle esattoriali contenenti richiesta di pagamento, oltre alla propria posizione pendente presso la medesima società.

L’istanza di accesso viene motivata dall’esigenza di accertare l’esatta corrispondenza tra la cartella di pagamento ed il ruolo, al fine di attivare, all’esito dell’esame della documentazione, gli eventuali strumenti giudiziari nell’esercizio del proprio diritto di difesa.

Equitalia Sud S.p.A. rimaneva in silenzio ed il ricorrente adiva il Tribunale Amministrativo Regionale per conseguire una pronuncia accertativa del diritto di accedere alla predetta documentazione, con conseguente ordine di esibizione dei documenti da porre a carico di Equitalia Sud S.p.A., ravvisando, nella protratta inerzia della società, la violazione della normativa di settore.

La società resistente si costituiva eccependo la decadenza del diritto di accesso in seguito ad una istanza identica e antecedente a quella di cui è giudizio.

 La decisione

Il Collegio ha ritenuto di accogliere il ricorso accogliendo la tesi del ricorrente secondo cui è legittima l’istanza di accesso motivata dall’esigenza di accertare l’esatta corrispondenza tra la cartella di pagamento ed il ruolo, al fine di attivare, all’esito dell’esame della documentazione, gli eventuali strumenti giudiziari nell’esercizio del proprio diritto di difesa.

Ne discende quindi l’illegittimità del silenzio serbato, a fronte della legittima richiesta finalizzata al diritto di accesso alla copia delle cartelle esattoriali, come previsto dall’art. 26 del D.P.R. 602/1973.

Né sussistono ragioni di riservatezza opponibili all’istante, anche in assenza di una specifica opposizione in tal senso dell’Amministrazione intimata.

La cartella esattoriale costituisce, infatti, presupposto di procedure esecutive, per cui la richiesta di accesso alla cartella è strumentale alla tutela dei diritti del contribuente; essa, pertanto, deve essere rilasciata, in copia, dalla società concessionaria al contribuente che abbia proposto, o voglia proporre ricorso, avverso atti esecutivi iniziati nei suoi confronti (Cons. Stato, sez. IV, sent. 5588 dell’11.11.2014).

La cartella esattoriale è prevista dall’art. 25 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602 quale documento per la riscossione degli importi contenuti nei ruoli e deve essere predisposta secondo il modello, approvato e aggiornato periodicamente con decreto del Direttore dell’Agenzia delle Entrate.

Il Collegio richiama, in proposito, quanto già affermato sull’esibizione delle cartelle esattoriali da parte dell’agente per la riscossione (v. T.A.R. Puglia, Bari, Sez. III, sent. 381 del 27.02.2015), secondo cui “un ormai costante orientamento della giurisprudenza, in conformità al principio enunciato dall’art. 26 del d.P.R. n. 602/1973, ha osservato che “non è sufficiente, ai fini dell’interesse alla estrazione degli atti per i quali si chiede l’accesso, il mero deposito in semplice copia degli estratti di ruolo, agli atti del fascicolo di causa, perché vanno esibiti gli atti in copia integrale e conforme all’originale, allo scopo di consentire la piena conoscenza del loro contenuto” (cfr. T.A.R. Calabria, Reggio Calabria, sentenza n. 301/2009; Cassazione Sez. VI Civile, sentenza n. 17751/2013).

Peraltro la stessa Corte di Cassazione, in relazione alla comunicazione del mero estratto di ruolo ha chiarito “è proprio la nozione di estratto, riproduttiva di una o più parti della cartella, eliminate a discrezione della parte attestatrice e che però se ne vuole avvalere in giudizio, a precluderne la forza probatoria in punto di notifica della più ampia cartella” (cfr. sentenza Cassazione civile, Sez. I 4/10/2012, n. 16929).

L’agente della riscossione, in seguito ad istanza di accesso, ha l’obbligo di ricercare le cartelle nei propri archivi e di consentirne l’accesso al ricorrente, salvo che lo stesso agente della riscossione non dichiari, fornendone prova certa, che per alcune, o tutte, di esse, non è più in possesso dell’originale o di eventuali copie, nel qual caso, evidentemente, non potrà seguire l’accesso.

Tanto implica che non può negarsi, in astratto, il diritto di parte ricorrente d’acquisire copia delle cartelle di pagamento: l’agente della riscossione avrà dunque l’obbligo di ricercarle nei propri archivi e di consentirne l’accesso al medesimo ricorrente, salvo che lo stesso agente della riscossione non dichiari, fornendone prova certa, che per alcune, o tutte, di esse, non è più in possesso dell’originale o di eventuali copie, nel qual caso, evidentemente, non potrà seguire l’accesso, ma ciò non per il preteso ostacolo giuridico, rappresentato dalla disposizione dell’art. 26 del d. P. R. 29 settembre 1973, n. 602.

A riguardo, il Collegio condivide l’orientamento giurisprudenziale ai sensi del quale non v’è nessun obbligato parallelismo tra il termine quinquennale di durata dell’obbligo di conservare cartelle e relate di notifica e il diritto all’accesso, di guisa che, scaduto il primo, si “perima” il secondo (Cons. Stato, sez. IV, sent. del 1699 del 31.03.2015) .

La sentenza appare interessante perché puntualizza il rispetto del diritto alla trasparenza ai sensi dell’art. 97 della Cost.

 Avv. Maria Carducci

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