Responsabilità dei lavori su area archeologica.

Responsabilità dei lavori su un’area archeologica.

Corte di Cassazione, Sez. III Penale, sentenza n. 45149/15; depositata l’11 novembre.

La sentenza in commento affronta il tema della responsabilità dei lavori su un’area archeologica.

Nella vicenda in esame le Corti territoriali qualificano la responsabilità penale per i reati dipaolo iannone cui all’art. 110 c.p., D.Lgs. n. 42 del 2004, art. 169, comma 1, lett. a), e art. 181, per avere, il direttore dei lavori e l’esecutore dei medesimi effettuato interventi in difformità dalla prescritta autorizzazione su un bene culturale costituito dall’area archeologica circostante.

Inoltre, i predetti lavori erano soggetti al vincolo paesaggistico, in quanto concernenti lo spietramento all’interno dell’area e nelle fasce adiacenti, con rimozione di alcuni massi appartenenti, in origine, all’insediamento nuragico-romano, nel dicioccamento e nella estirpazione di essenze arbustive, nella potatura e spollonatura, nonché nel ripristino di muri a secco eseguito mediante demolizione e ricostruzione di grossi massi prelevati dal suolo.

Gli imputati ricorrono alla Suprema Corte di Cassazione deducendo la violazione di legge ed il vizio di motivazione dei giudici di merito, rilevando che le Corti territoriali avrebbero erroneamente ritenuto sottoposta a vincolo archeologico l’area prospiciente il nuraghe, distante alcune decine di metri dall’immobile, anche sulla base di una non corretta lettura di una sentenza del Consiglio di Stato, mentre la stessa non sarebbe gravata neppure da vincolo di tutela indiretta. Sull’incertezza di efficacia del predetto vincolo ruota il decisum dei giudici di legittimità.

A ben vedere non risulta possibile ritenere la suesposta area archeologica, dove si sono svolti i lavori, non rientrante nella disciplina dei beni culturali (ex art. 10 D.lgs. n. 42/2004). Tale nozione ricomprende in sé le cose mobili ed immobili appartenente allo Stato, Regioni o ad ogni altro Ente pubblico territoriale, ovvero, persone giuridiche private senza fine di lucro, ivi compresi gli Enti ecclesiastici civilmente riconosciuti.

L’accertamento dell’interesse culturale (ex art. 12 D.lgs. n. 42/2004) garantisce la tutela dei medesimi beni prendendo così in considerazione la condotta posta in essere dei soggetti che eseguano, in assenza delle dovute autorizzazioni, opere di qualunque genere atte a rimuovere o modificare i predetti oggetti aventi natura artistica, storica ed archeologica. Ciò posto il concorso nell’ambito della violazione del precetto normativo si ipotizza come condizione eventuale e non necessaria, laddove il comportamento del soggetti risulti idoneo a trasgredire le prescrizioni indicate attraverso l’incidenza materiale sui beni protetti.

A ben guardare tra i soggetti destinatari del precetto possono essere non solo i proprietari dei beni culturali, ma anche altre persone equiparabili che possono porre in essere attività finalizzate a violare la suddetta normativa.

Sul piano penalistico il delitto ascritto agli imputati viene qualificato come reato formale di pericolo presunto, in quanto la sua consumazione si ha solo con la messa in opera di interventi non autorizzati funzionali arrecare pregiudizio al bene giuridico tutelato dall’ordinamento. Nella fattispecie in esame i ricorrenti hanno posto in essere una condotta, la quale è risultata idonea per essere ritenuta offensiva tanto da incidere sul bene protetto arrecando la diminuzione del godimento estetico complessivo. Il reato in contestazione quindi si è consumato risultando perfetto in tutte le sue forme e presupposti di realizzazione.

A riguardo giova segnalare la precisazione fatta dalla Suprema Corte in merito ai beni culturali meritevoli di tutela giuridica, i quali non sono solamente gli immobili considerati nella loro struttura edilizia, ma anche le cose che, costituendone pertinenza, contribuiscono a salvaguardare l’interesse storico ed artistico dello stesso (ex L. n. 1089/1939).

Tornando alla messa in stato di pericolo dei beni culturali serve evidenziare che il competente Ministero ha facoltà di prescrivere le distanze, le misure e le altre norme dirette ad evitare pregiudizio all’integrità delle cose aventi interesse storico ed archeologico, allo scopo di evitare il danneggiamento o l’alterazione delle condizioni di ambiente e decoro. All’uopo si fa riferimento, nel caso di specie, alla tutela indiretta, in quanto il provvedimento di prescrizione incide su beni diversi da quelli tutelati, ma con specifiche finalità di conservazione di questi ultimi, con particolare riferimento alla “cornice ambientale”, in modo tale da evitare ogni alterazione dell’insieme delle caratteristiche fisiche e culturali che caratterizzano lo spazio circostante al monumento.

Ne consegue che, secondo tale prospettazione, il vincolo culturale opererebbe esclusivamente con riferimento al nuraghe isolatamente considerato, mancando ogni verifica preventiva dell’interesse culturale dell’area archeologica. Tuttavia è possibile accedere ad una tesi diametralmente opposta e, così come sostenuto dalle Corti territoriali, risulta possibile intendere ed interpretare estensiva la predetta tutela anche con riferimento alla predetta area.

A ben vedere la Sovrintendenza aveva individuato preventivamente i limiti dell’area di interesse archeologico, così come riportavano le carte di progetto. Inoltre le suesposte aree, nella circostanza del nuraghe, si contraddistinguevano per la presenza di pietra che rappresentavano un interesse storico ed archeologico, poiché risalivano all’epoca dell’insediamento romano alto medievale.

Ciò posto il quadro normativo in esame prescrive una fascia di rispetto di almeno cento metri dai margini per i beni archeologici. Tale precetto non è stato rispettato e, pertanto, il motivo del ricorso risulta infondato.

Le superiori considerazioni non sconfinano in una arbitraria estensione dell’ambito di efficacia del vincolo, ma concernono il risultato di un accertamento in fatto che pone in evidenza come l’area interessata dall’intervento costituisca con gli altri beni culturali di pertinenza un unico bene complesso da tutelare.

In definitiva per quanto concerne la compatibilità paesaggistica non si applicano le sanzioni penali stabilite per il reato contravvenzionale contemplato dall’art. 181, primo comma, D.lgs. n. 42/2004, in quanto nella fattispecie sono state poste in essere interventi definibili come minori. Quest’ultimi, pur in assenza delle dovute autorizzazioni prescritte, non hanno determinato creazione di superfici o volumi, ovvero aumento di quelli legittimamente realizzati e, pertanto, si contraddistinguono per un impatto ambientale sensibilmente più modesto sull’assetto del territorio.

Dr. Paolo Iannone 

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