Comodato ed assegnazione della casa familiare.

COMODATO ED ASSEGNAZIONE DELLA CASA FAMILIARE.

Cassazione Civile sentenza n. 24618 del 3 dicembre 2015

Il comodato (o prestito d’uso) è il contratto essenzialmente a titolo gratuito con cui una parte nicola frivoli (c.d. comodante) consegna all’altra parte (c.d. comodatario) una cosa, mobile o immobile, “affinché se ne serva per un tempo o per un uso determinato, con l’obbligo di restituire la stessa cosa ricevuta” (art. 1803 c.c.). Mentre nel comodato precario ex art. 1810 c.c., è consentito il rilascio al comodatario ad nutum, invece l’art. 1809 c.c., con termine di durata, è caratterizzato dalla facoltà del comodante di richiedere la restituzione immediata dell’immobile solo in caso di sopravvenienza di un urgente e sopravvenuto bisogno.

Premesso quanto esposto, nel caso di separazione, la giurisprudenza di legittimità, in particolare le Sezioni Unite della Corte di Cassazione con la sentenza n. 20448, depositata il 29 settembre 2014, richiamando l’orientamento maggioritario in materia, ha affermato che “… la risposta è nel segno di rispettare il potere di disposizione del bene, quale esercitato al sorgere del contratto. Se il contratto ancorava la durata del comodato alla famiglia del comodatario, corrisponde al diritto che esso perduri fino al venir meno dell’esigenza della famiglia.”

Sul punto, recentemente si è espressa la Cassazione Civile con la sentenza n. 24618 del 3 dicembre 2015.  La causa in esame aveva avuto origine dalla richiesta delle cognate della comodataria di restituzione dell’immobile, conseguente alla presunta estinzione del contratto di comodato.

Le parenti della ricorrente le chiedevano anche una somma a titolo di risarcimento del danno, per aver continuato ad occupare l’immobile senza averne titolo, successivamente alla richiesta di restituzione, peraltro pienamente accolta dal fratello delle proprietarie (nonché marito separato della ricorrente e comodatario nel rapporto di comodato).

Il Tribunale aveva respinto la richiesta delle proprietarie dell’appartamento, sostenendo che il contratto, senza durata predeterminata, era stato, però, destinato a soddisfare le esigenze abitative della famiglia del fratello (che ancora persistevano). Inoltre, non era stata in alcun modo dimostrata l’esistenza di un bisogno urgente ed imprevisto che avrebbe giustificato la cessazione dell’efficacia del contratto (come previsto all’articolo 1809, comma 2, del Codice Civile).

La Corte d’Appello, invece aveva assunto una diversa posizione riguardo alla controversia in questione. Secondo i Giudici di secondo grado, infatti, il contratto di comodato si era risolto nel momento in cui il marito della ricorrente aveva manifestato, in una lettera, la volontà di restituire l’immobile alle sorelle.

Gli Ermellini, confermando la decisione di primo grado, conformemente a quanto già enunciato dalle Sezioni Unite 20448/2014, hanno meglio precisato che qualora il contratto di comodato di un immobile sia stato stipulato in favore di un nucleo famigliare già formato o in via di formazione, si ha l’ipotesi di comodato a tempo indeterminato, caratterizzato dalla non prevedibilità del momento in cui la destinazione del bene verrà a cessare. Difatti, in tal caso, per effetto della concorde volontà delle parti, si è impresso all’immobile un vincolo di destinazione alle esigenze abitative familiari; di talché, la specificità della destinazione è incompatibile con un godimento contrassegnato dalla provvisorietà e dall’incertezza, che caratterizzano il comodato cosiddetto precario, e che legittimano la cessazione “ad nutum” del rapporto su iniziativa del comodante, con la conseguenza che quest’ultimo, in caso di godimento concesso a tempo indeterminato, è tenuto a consentirne la continuazione anche oltre l’eventuale crisi coniugale.

Alla luce delle considerazioni innanzi esposte, la Corte di Cassazione ha ritenuto fondate le contestazioni sollevate dalla ricorrente avverso la pronuncia di secondo grado ed ha rinviato alla Corte d’Appello in diversa composizione affinché riesamini la questione.

A tal proposito, si evidenzia che, eventualmente, si potrebbero bilanciare gli opposti interessi, concedendo un termine al coniuge/comodatario affinché possa trovare un altro immobile dove sistemarsi, e in mancanza di accordo, il termine può essere stabilito dal giudice, alla luce della valutazione delle circostanze del caso concreto. (In tal senso N. Frivoli e M. Tarantino in “Il Contratto di Comodato nei rapporti di famiglia”, Ed. Giuffrè – Collana Officine del diritto 2014).

Tale interpretazione renderebbe del tutto priva di scopo l’indicazione della residenza nella dichiarazione dei redditi, prescritta nel quarto comma dell’articolo 58 D.P.R. n. 600/73 e contrasterebbe con il consolidato indirizzo di questa Corte secondo cui l’indicazione, nella dichiarazione dei redditi, della propria residenza (o di un proprio domicilio in un indirizzo diverso da quello di residenza, ma nell’ambito del medesimo comune ove il contribuente è fiscalmente domiciliato) va effettuata in buona fede, nel rispetto del principio dell’affidamento che deve informare la condotta di entrambi i soggetti del rapporto tributario (sul punto si vedano le sentenze della Corte di Cassazione nn. 5358/06, 11170/13, 26715/13).

Sulla scorta di tali considerazioni, la Corte di Cassazione con la citata sentenza afferma e conclude che altro è il caso di un cambio di residenza e altro è il caso di una originaria difformità tra la residenza anagrafica e quella indicata nella dichiarazione dei redditi. In quest’ultimo caso, infatti, la notificazione che si sia perfezionata presso l’indirizzo indicato nella dichiarazione dei redditi (anche quando, come nella specie, il perfezionamento della notifica avvenga tramite il meccanismo della compiuta giacenza dell’atto in casa comunale) deve considerarsi valida, nonostante che tale indicazione sia difforme (non importa se per errore o per malizia) rispetto alle risultanze anagrafiche.

Avv. Nicola Frivoli e Avv. Maurizio Tarantino 

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