Il compenso dell’avvocato domiciliatario.

Colmando una lacuna del previgente D.M. 140/2012, che non conteneva alcuna norma in proposito, e alessandra di fronzorisolvendo i problemi derivanti dall’applicazione retroattiva dei parametri ai processi in corso e all’attività già svolta prima dell’entrata in vigore del medesimo decreto, l’art.8 comma 2 del D.M. n.55 del 10 Marzo 2014 prevede che “all’avvocato incaricato di svolgere funzioni di domiciliatario, spetta di regola un compenso non inferiore al 20 per cento dell’importo previsto dai parametri di cui alle tabelle allegate per le fasi processuali che lo stesso domicilia*tario ha effettivamente seguito e, comunque, rapportato alle prestazioni concretamente svolte”, fermo restando –  sostiene il CNF nel parere del 18 Novembre 2015 n.113, pubblicato in data 14 Maggio 2016 – il principio della libera determinazione del compenso, di cui all’art.13 della Legge Professionale n.247 del 31 Dicembre 2012.

Pur dovendosi ritenere non esclusa a priori l’applicabilità delle disposizioni generali del decreto n.55/2014, nella prassi applicativa, fuori dalle ipotesi di liquidazione giudiziale, il compenso spettante al collega domiciliatario viene generalmente quantificato in maniera forfettaria, quindi al lordo del rimborso spese previsto dall’art.2 del medesimo decreto. Si possono visualizzare in proposito le tabelle pubblicate sul sito dell’Ordine degli Avvocati di Pescara consultabili al seguente link http://www.ordineavvocatipescara.it/wp- content/uploads/2011/04/allegato_D_tavola_sinottica_compensi.pdf.

Si evidenzia che al diritto dell’avvocato domiciliatario ad essere compensato per le prestazioni professionali svolte, oggi consacrato nella norma ministeriale che ne fissa il quantum almeno di regola, ha sempre fatto da contraltare il dovere deontologico dell’avvocato che scelga e incarichi direttamente altro collega di esercitare le funzioni di rappresentanza o assistenza il dovere di soddisfare le prestazioni affidate, ove non adempia la parte assistita: in tal senso si è espresso altresì il Consiglio Nazionale Forense con la sentenza n.5 del 10 Marzo 2015, pubblicata in data 7 Febbraio 2016.

Si noti che mentre l’art.30 del vecchio Codice Deontologico prevedeva, quale clausola di esclusione dell’obbligo a carico del professionista, la possibilità di dimostrare di essersi inutilmente attivato, anche postergando il proprio credito, per ottenere l’adempimento da parte del cliente inadempiente in favore del collega, l’attuale previsione, disciplinata dall’art.43 del Nuovo Codice Deontologico, non solo elimina tale possibilità e, quindi, l’esimente, ma prevede che la violazione del dovere comporta la sanzione disciplinare della censura.

Si precisa che con sentenza n.2 del 20 Febbraio 2013, pubblicata il 4 Maggio 2013, il Consiglio Nazionale Forense ha affermato che qualora la condotta ascritta al professionista abbia natura omissiva – quale ha quella che consiste nel mancato pagamento delle prestazioni affidate al domiciliatario – il termine di prescrizione non può ritenersi decorso, non essendo mai cessata, sicchè la condotta incriminata, nella specie, assume i connotati della continuità e della permanenza.   

avv. Alessandra Di Fronzo

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