Computer Crime, il reato corre sul web

COMPUTER CRIME: IL REATO CORRE SUL WEB.

Corte di Cassazione – sez. I penale – sentenza nr. 50 del 2017 depositata il 2 gennaio 2017

La sentenza in commento si incentra sul tema della diffamazione

on line.

Nel caso di specie l’imputato ha pubblicato sul web dichiarazioni di natura diffamatoria nella bacheca virtuale della persona offesa all’interno di un social network.paolo iannone

La questione approda dinanzi alla Suprema Corte di Cassazione che qualifica il reato di diffamazione on line con l’aggravante prevista dal terzo comma dell’art. 595 cod. pen., poiché il mezzo utilizzato nella fattispecie criminosa può raggiungere una pluralità di soggetti.

Orbene, chiariti i termini della vicenda, giova ricordare che il decreto legislativo numero 7 del 15 gennaio 2016 ha depenalizzato il reato previsto all’articolo 594 del codice penale e rubricato alla voce ‘ingiuria’. Tanto si deve precisare, anche al fine di comprendere la successiva figura di reato rimasta in piedi e disciplinata all’articolo 595 del codice penale, rubricata sotto la voce ‘diffamazione’. Ragion per cui occorre procedere alla disamina della condotta posta in essere dal soggetto agente, allorquando quest’ultima possa essere configurata come ingiuria o diffamazione.

A ben guardare, la condotta ingiuriosa non integra mere espressioni verbali contraddistinte da un linguaggio volgare e maleducato, in quanto il criterio che rilevi tale azione è rappresentata dal contenuto della frase e dal significato delle parole pronunziate, purché quest’ultime risultino funzionali all’offesa delle qualità morali o lesive del decoro della persona. Tale assunto si pone a fondamento di un principio costituzionale, in quanto la libertà di manifestazione del pensiero non è senza limiti e, quindi, l’articolo 21 della Costituzione deve corrispondere, sempre e comunque, allo scopo per cui è concesso tale diritto nel rispetto dei principi morali.

Tanto chiarito occorre evidenziare che l’elemento principale in grado di tenere ben distinte le condotte di ingiuria e diffamazione è caratterizzato dalla presenza fisica o virtuale dell’offeso. Difatti, la diffamazione riguarda sì l’offesa alla reputazione, ma anche la lesione del diritto di difesa, in quanto il soggetto diffamato non può replicare alle accuse, poiché non sono state formulate in sua presenza. Ciò posto, ai fini dell’individuazione della persona ingiuriata non occorre che l’offensore nella frase pronunci il suo nome, in quanto è sufficiente che l’ingiuriato possa essere individuato, per esclusione, in via induttiva tra le persone presenti sul posto ove si consuma l’offesa.

Ad ogni buon conto, l’articolo 595 del codice penale (diffamazione) viene richiamato da dottrina e giurisprudenza in tutte le sue forme in internet (c.d. diffamazione on line), sino all’aggravante prevista nella sua consumazione a mezzo stampa (ex art. 595, co. 3, cod. pen.).

La diffamazione rappresenta, tout court, l’offesa all’altrui reputazione esercitata con notizie, ovvero, valutazioni dubitative non corrispondenti al vero, in quanto allusive e suggestive, oltre che idonee ad ingenerare nella comunicazione un convincimento, nei confronti dei destinatari, di una rispondenza ai caratteri di verità dei fatti in sé rappresentati.

Non v’è chi non veda che ai fini della consumazione del reato il soggetto agente deve porre in essere un’attività funzionale a rendere una notizia in forma dubitativa, nonché finalizzata a ledere l’altrui reputazione. Infatti, la componente necessaria che tiene ben distinte le condotte di ingiuria e diffamazione è rappresentata dalla presenza dell’offeso. Di conseguenza, nell’ambito del reato previsto all’articolo 595 del codice penale, a differenza dell’ingiuria, il diffamato apprende la notizia dopo che la lesione al suo onore sia già stata comunicata a più persone.

Al riguardo giova rilevare che l’elemento soggettivo richiesto ai fini della configurazione della suesposta fattispecie delittuosa è rappresentata dal dolo, quale volontà del soggetto agente nel voler recare un danno all’altrui reputazione.

Di contro, per quanto concerne la professione giornalistica è stata sollevata la seguente questione giuridica, ovvero se possa sussistere, in taluni casi, l’elemento psicologico della colpa, in quanto il professionista non prestando la dovuta diligenza (ex art. 1176, co. 2, cod. civ.) può rappresentare una situazione diversa da quella reale sulla base di valutazioni non attendibili delle proprie fonti. Secondo il costante orientamento della giurisprudenza, però, la pubblicazione di una notizia, pur nella consapevolezza che la verità oggettiva della stessa è necessaria per il legittimo esercizio del diritto di cronaca, laddove il giornalista ritenga per mero errore (involontariamente) che i fatti narrati siano veri può qualificarsi in suo favore una causa di esclusione della punibilità, proprio per mancanza dell’elemento psicologico richiesto dal reato di diffamazione, senza la necessità di dover invocare l’articolo 51 del codice penale (c.d. esercizio di un diritto o adempimento di un dovere).

Inoltre, a completezza della materia, si evidenzia che l’ultimo comma dell’articolo 597 del codice penale chiude il cerchio su di una particolare circostanza relativa al presente delitto, ovvero:‘Se la persona offesa muore prima che sia decorso il termine per proporre la querela, o se si tratta di offesa alla memoria di un defunto, possono proporre querela i prossimi congiunti, l’adottante e l’adottato. In tali casi, e altresì in quello in cui la persona offesa muoia dopo avere proposto la querela, la facoltà indicata nel capoverso dell’articolo precedente spetta ai prossimi congiunti, all’adottante e all’adottato’. Tale rassegna rappresenta l’ulteriore estensione della tutela giuridica avverso la suddetta fattispecie criminosa.

Tornando alla vicenda in esame, però, la diffamazione è il reato maggiormente commesso sul web e, pertanto, giova soffermarsi sull’aggravante prevista dal terzo comma dell’articolo 595 del codice penale, ovvero, in tema di diffamazione a mezzo stampa. Tale assunto tende a focalizzare l’attenzione sul mezzo di diffusione di massa utilizzato dal soggetto agente per compiere l’offesa all’onore e all’altrui reputazione. In questo scenario si evince facilmente che il web rappresenti lo strumento di massima pubblicità e che rilevi ai destinatari della notizia una narrazione suggestiva, dubitativa e non reale dei fatti.

A ben guardare, l’offesa in internet si consuma soltanto se il testo sia raggiungibile da una pluralità di utenti.

Difatti, secondo i giudici di legittimità la potenzialità del mezzo utilizzato per la diffusione del messaggio qualifica la fattispecie nell’ipotesi criminosa di cui al terzo comma dell’art. 595 cod. pen., in quanto cagiona un maggior danno all’onore e alla reputazione della persona offesa.

D’altronde, l’aggravante è rappresentata dallo strumento utilizzato nel caso di specie, il che presuppone la consumazione del reato di diffamazione on line, in quanto la diffusione del testo sul social network ha la possibilità di raggiungere un numero indeterminato di persone su internet.

Gli elementi costitutivi di tale fattispecie criminosa sono la comunicazione con una pluralità di soggetti, l’assenza della persona offesa e la lesione della sua reputazione, seppur l’assenza dell’offeso non deve essere intesa come lontananza fisica, ma impossibilità di replica diretta. Tale condizione rappresenta, infatti, una circostanza prevista nella diffamazione on line, in quanto viene a mancare la percezione diretta da parte della vittima del reato.

Inoltre, la comunicazione a più persone delle dichiarazioni di natura diffamatoria risulta accessibile a tutti gli utenti del social network, laddove la lesione alla reputazione appare tangibile e pregiudica l’onorabilità dell’altrui persona.

In tale prospettiva, l’intento di diffondere un’offesa presuppone, nell’elemento

soggettivo della condotta posta in essere dall’autore del reato, la volontà e la consapevolezza di ledere l’onore e l’altrui reputazione. D’altronde l’illecito penale previsto all’art. 595 cod. pen. è punibile soltanto nella fattispecie dolosa e il momento di consumazione del delitto avviene solo con la percezione stessa dell’offesa.

Ne consegue che il fine ultimo dell’azione rappresentato dalla pubblicità e massima diffusione del messaggio sul social network qualifica l’elemento psicologico del dolo, in virtù della consapevolezza dello strumento informatico fruito, oltre che dall’accessibilità e visualizzazione del testo ad un numero indeterminato di utenti in internet (ex art. 595, co. 3, cod. pen.).

Alla luce di quanto emerso, tout court, alla persona offesa, vittima di diffamazione on line, vengono riconosciute le più ampie forme di tutela giuridica, ove l’individuazione dell’Autorità Giudiziaria competente per territorio avviene con l’identificazione della consumazione del reato coincidente con il luogo fisico in cui si verifica la percezione dell’offesa rinveniente dal testo pubblicato sul web.

Ad ogni modo se internet rappresenta lo strumento più rapido per la diffusione di notizie, al tempo stesso l’illecito utilizzo di tali mezzi di condivisione può danneggiare l’utilità di ricevere un considerevole numero di informazioni in poco tempo, laddove ogni giorno la sicurezza e la regolamentazione del web diventa sempre più complessa e in continua fase di studio sul piano informatico, dottrinale e giurisprudenziale.

Dott. Paolo Iannone

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