Cosimo Cristina, il giornalista senza peli sulla lingua.

 

05 maggio 1960.

Co. Cri., l’uomo del papillon “suicidato” dalla Mafia

Lo cercavano da 48 ore, quando fu trovato il suo cadavere alle 15.35 di giovedì 5 maggio 1960 sulle rotaie lungoangela gabriele il tratto della ferrovia di Termini Imerese. Aveva solo 24 anni. Pochi anni prima insieme a Giovanni Cappuzzo fondava un settimanale di approfondimento, “Prospettive Siciliane”, dove cominciò a pubblicare denunce e inchieste indagando su omicidi e fatti di mafia non avendo paura di fare nomi e cognomi “importanti”. Ricevette minacce e intimidazioni ma non si fermò. Cristina si occupò come corrispondente e come direttore di raccontare la Sicilia degli anni in cui Cosa Nostra stava cambiando volto, dai latifondi stava allargando i propri tentacoli verso altri settori dell’economia. Prospettive Siciliane raccontò la mafia in anni in cui nessuno osava nemmeno nominarla. Non era ancora stata istituita neppure la prima Commissione parlamentare antimafia.

 

Estratti da Articoli da La Sicilia del 25 Maggio 2008 di Dino Paternostro

Ma cerchiamo di ricostruire gli ultimi giorni di vita del giornalista. Co.Cri. (come usava firmare i suoi articoli) la mattina del 3 maggio 1960 era uscito di casa circa alle ore 11. Come al solito, era ben vestito, aveva il solito papillon, si era rasato di fresco e accuratamente profumato. Strano che uno che aveva in mente di togliersi la vita, curasse così tanto il proprio aspetto. Di solito non avviene. «Quella sera, non vedendolo rincasare, i genitori e le tre sorelle, si preoccuparono. Ma non eccessivamente: sapevano, che Cosimo era giornalista ventiquattr’ore su ventiquattro, ed altre volte era capitato che rientrasse a casa fuori orario. Poi, una volta a casa,  raccontava di avere fatto un grande servizio o scoperto chissà quali verità. Ma quella volta le cose andarono diversamente», ci racconta ancora Giuseppe Francese. Cosimo fu ritrovato morto due giorni dopo, alle 15,35 del 5 maggio. Ironia della sorte, tra i primi a correre sul luogo del ritrovamento fu proprio il padre, impiegato delle Ferrovie, che, avendo appreso dalla radio della presenza di un corpo senza vita sui binari, si recò sul posto. «Mai avrebbe immaginato, il signor Luigi, di trovare su quei binari il proprio figlio», scrive Francese. Tra la scomparsa e il ritrovamento del corpo senza vita erano passati due giorni. Cosa aveva fatto in quei due giorni Cristina? Da quanto  tempo il povero ragazzo giaceva sui binari?

Per terra, accanto al suo corpo, gli inquirenti trovarono un portafoglio, un portasigarette ed un mazzo di chiavi. Frugandogli nelle tasche della giacca, trovarono inoltre una schedina di totocalcio appena giocata e un bigliettino per l’amico Giovanni Cappuzzo, dove invocava il perdono per l’irreparabile gesto. Il biglietto conteneva soltanto un accenno alla sua fidanzata, pregando l’amico di volerle dare un bacio per lui. «Si tratta di un palese caso di suicidio!», sentenziarono sicuri gli inquirenti, tanto che non predisposero nemmeno l’autopsia. Eppure la tesi del suicidio, condivisa dalla Chiesa termitana, che a Cosimo Cristina rifiutò il funerale religioso, ancora oggi lascia aperti tanti dubbi. Ad avanzarli per primo fu il giornale «L’Ora» di Palermo, che già allora scrisse: «Cosimo Cristina fu trovato al centro dei binari con la testa poggiata al binario di destra. Ma il fendente, che era  visibile sulla testa, era sulla parte sinistra. Inoltre, il convoglio che avrebbe dovuto investirlo proveniva da Palermo. Il cadavere era posto in modo tale che i piedi si trovavano in direzione della città, mentre le spalle verso Termini. Tutti gli oggetti appartenenti alla vittima furono ritrovati tra il cadavere e il lato dal quale era giunto il convoglio. Furono pertanto sovvertiti tutti i principi relativi allo spostamento d’aria, il cui risucchio porta un qualsiasi oggetto lungo la scia della direzione di marcia». «Va rilevato – aggiunse a sua volta Giuseppe Francese, in un servizio sul caso Cristina, pubblicato sul Giornale di Sicilia del 5 maggio 1998 – che il biglietto nel quale il giovane avrebbe scritto poche parole per il fraterno amico Giovanni Cappuzzo conteneva soltanto un accenno alla sua fidanzata, e nessun riferimento alla madre, ed è molto strano, visto che Cosimo Cristina era particolarmente legato alla sua famiglia. Dell’autenticità del biglietto, sia la famiglia, sia la giovane fidanzata, la sartina romana Enza Venturella, non furono mai convinti. Altro particolare strano: in tasca, Cosimo aveva anche una schedina del totocalcio appena giocata, ma chi ha deciso di togliersi la vita non tenta la fortuna al gioco». In effetti, le incongruenze emerse non erano poche. «Sul corpo – racconta ancora Francese – furono riscontrati parecchi ematomi ed evidenti macchie di defecazione sulle natiche e sulle gambe.

Queste ultime causate, probabilmente, da avvelenamento. Il povero Cosimo, stando ad ipotesi per altro mai appurate, potrebbe essere stato costretto ad ingerire forti dosi di medicinali, che lo avrebbero stordito. Inoltre, le ecchimosi presenti sul corpo non potevano  giustificarsi in un cadavere che aveva subito un forte d1issanguamento, come nel caso di Cristina. Ferite che, stando sempre ad ipotesi, potrebbero essere state provocate prima del «suicidio». E’ difficile comprendere come un corpo finito sotto un treno, o che abbia impattato su di esso, non presentasse nessuna evidente frattura. Lo zio, Filippo Cristina, fratello del padre, fece subito notare le palesi anomalie, richiedendo l’autopsia. Ma gli investigatori non ritennero opportuno ricorrere all’esame del cadavere».

Dovettero passare sei lunghi anni prima che il «caso Cristina» fosse riaperto. In seguito alle indagini condotte dal Nucleo Antimafia della Questura di Palermo, il vice questore Angelo Mangano (quello che a Corleone aveva arrestato il boss mafioso Luciano Liggio) affermò di avere le prove che Cosimo Cristina fosse stato ucciso dalla mafia per la sua coraggiosa attività giornalistica. Fu il suo giornale «Prospettive Siciliane», con le sconcertanti rivelazioni sui più misteriosi delitti di mafia, ad attirargli l’odio dei componenti dell’onorata  società di Termini e di Caccamo.

Un sito web a Cosimo Cristina l’ha voluto dedicare Calogero Giuffrida, giovane giornalista di Cattolica Eraclea (http://CosimoCristina.ilcannocchiale.it) così pure un’ampia memoria è rintracciabile sul sito www.vittime mafia.it

 

Angela Gabriele

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