Danno tanatologico: presupposti del risarcimento.

DANNO TANATOLOGICO: PRECISATI I PRESUPPOSTI DEL RISARCIMENTO.

Corte di Cassazione, Sez. III civile, sentenza nr. 16993 depositata il 20 agosto 2015

La sentenza in commento precisa i presupposti del risarcimento del danno tanatologico dopo la recente pronuncia delle Sezioni Uniti del 22 luglio 2015 (cfr. Cass., Sez. Un., n. 15350, depositata il 22 luglio 2015).

Nella vicenda in esame la Suprema Corte di Cassazione accoglie la richiesta risarcitoria degli eredi nell’ambito del danno alla persona conseguente alla responsabilità medica, laddove la tardiva diagnosi del sanitario ha arrecato il protrarsi della sofferenza fisica del de cuius prima di morire.

Una delle fattispecie più controverse del diritto civile attiene alla risarcibilità, o meno, del danno da perdita della vita c.d. iure hereditatis. Il danno tanatologico è stato oggetto di numerose pronunce giurisprudenziali nel corso degli anni, laddove il decesso del soggetto avviene immediatamente senza un apprezzabile lasso di tempo tra lesione e morte, in modo da escludere la sofferenza ed altre ragioni di perdita della vita, ovvero, lesione aggravata da morte. Si tratta di un danno non patrimoniale (ex art. 2059 cod. civ.) e diversi giuristi ne chiedono il riconoscimento.

Ciò posto, il danno da perdita della vita rappresenta una figura di danno c.d. speciale collocandosi assieme alle altre figure di danno: morale, esistenziale e biologico.

Il presupposto del danno tanatologico si fonda sulla circostanza che il de cuius perdendo la capacità giuridica trasmetterebbe i suoi diritti agli eredi. Tuttavia, nella sentenza in commento, i giudici di legittimità hanno precisato che in mancanza di un apprezabile lasso di tempo tra lesione e morte non vi è risarcimento iure hereditatis, pertanto viene meno la soddisfazione risarcitoria derivante dalla violazione del diritto alla vita.

Ad ogni buon conto c’è stata in passato un’interpretazione divergente da parte della Suprema Corte di Cassazione nella sentenza n. 1361/2014, depositata il 23 gennaio, dove si è affermata la risarcibilità iure hereditatis del danno da perdita della vita dopo le lesioni riportate a seguito del sinistro stradale, in combinato disposto con la tutela prevista all’art. 2 della nostra Carta Costituzionale, nonché dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo.

Seppur suggestiva l’interpretazione della Suprema Corte nell’anno 2014, le Sezioni Unite civili nella sentenza in commento non ritengono possibile che il risarcimento iure hereditatis del danno tanatologico si acquisirebbe immediatamente alla realizzazione dell’evento morte.

Sotto i profili risarcitori non sarebbe rapportabile la morte istantanea, laddove il brevissimo lasso di tempo non permetterebbe il confronto tra il “bene salute” e il “bene vita”.

Ne consegue che, secondo tale impostazione, il danno ingiusto (ex art. 2043 cod. civ.) arrecato al soggetto viene ridimensionato qualora dall’evento scaturirebbe la morte senza un apprezzabile lasso di tempo dalle lesioni. In questo modo sarebbe risarcibile soltanto il  danno conseguenza e non il danno evento.

Alla luce di quanto sopra emerso, tout-court, si registra la letterale “rigidezza” nella pronuncia giurisprudenziale riguardo alla negazione del risarcimento iure hereditatis in favore di genitori e parenti per la perdita del congiunto, ma allo stesso tempo si annota il rispetto dell’antica regola giuridica verso la mancata rifusione economica in caso di morte immediata o che segua entro brevissimo lasso di tempo dalle lesioni.

A ben vedere, qualora vi sia un lungo periodo temporale tra le lesioni e la morte il diritto al risarcimento costituirebbe una situazione singolare non di poco conto, laddove verrebbe risarcito il danno da lesione aggravata da morte e non la perdita della vita per morte istantanea o, comunque, seguita entro un brevissimo intervallo di tempo dalle lesioni.

Sicuramente, il punto di non ritorno sul piano della criticità emerge nel momento in cui vi è la negazione del risarcimento iure hereditatis in caso di morte immediata, ma la complessità della vicenda esige un’interpretazione ad ampio respiro che non si può ricondurre semplicemente all’assonanza:“diritto al risarcimento per perdita del bene vita”.

La pronuncia significativa delle Sezioni Uniti pare dirimere definitivamente il conflitto nato sulla risarcibilità o meno del danno tanatologico iure hereditatis, la quale si discosta dalla linea interpretativa data dalla Suprema Corte nella sentenza n. 1361/2014. È pur vero infatti che la decisione giurisprudenziale va letta ed interpretata non solo sotto il profilo strettamente letterale, dovendo tenere in debito conto il rilievo sistematico tra il “bene salute” e il “bene vita”. Ciò posto, la sentenza in commento (cfr. Cass., Sez. III, n. 16993, depositata il 20 agosto 2015) precisa i presupposti del risarcimento del danno tanatologico valutando la sofferenza patita dal de cuius prima di morire.

In tale prospettiva si chiude il cerchio su un tema delicato, ma probabilmente in continua evoluzione, pertanto sarà interessante osservare il futuro orientamento della giurisprudenza.

 Dott. Paolo Iannone 

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