Diritto all’oblio su internet

CANCELLAZIONE DEI PROPRI DATI DA INTERNET E DIRITTO ALL’OBLIO.

Cassazione Civile, Sez. I, sentenza n. 13161 del 24 giugno 2016

LA MASSIMA

La persistente pubblicazione e diffusione, su un giornale “on line”, di una  risalente notizia difabio distefano cronaca (riguardante, nella specie, una vicenda giudiziaria per un fatto accaduto circa due anni e mezzo prima della instaurazione del relativo procedimento ex art. 152 del d.lgs. n. 196 del 2003) esorbita, per la sua oggettiva e prevalente componente divulgativa, dal mero ambito del lecito trattamento di archiviazione o memorizzazione “on line” di dati giornalistici per scopi storici o redazionali, configurandosi come violazione del diritto alla riservatezza quando, in considerazione del tempo trascorso, sia da considerarsi venuto meno l’interesse pubblico alla notizia stessa.

IL CASO

Nel caso in oggetto, in seguito alla pubblicazione da parte di una testata giornalistica di un articolo di cronaca su un accoltellamento avvenuto in un ristorante, il gestore del ristorante ed il ristorante in proprio convenivano in giudizio la testata giornalistica ed il suo direttore responsabile prima che il relativo procedimento penale venisse concluso. Le parti ricorrenti asserivano che dal permanere dell’articolo nella pagina web fossero derivati un pregiudizio alla reputazione ed un danno all’immagine e di conseguenza chiedevano la rimozione e la deindicizzazione dell’articolo oltre al risarcimento del danno patito. Il Giudice di primo grado ordinava la rimozione del contenuto in questione e liquidava in via equitativa la somma dovuta dalla testata giornalistica convenuta nella misura di € 5.000 a titolo di danno non patrimoniale per ciascun ricorrente. Avverso tale sentenza il direttore del quotidiano proponeva ricorso per Cassazione. Gli Ermellini rigettavano il ricorso ravvisando l’illecito trattamento dei dati personali non nel contenuto e nelle modalità di pubblicazione e diffusione on line o nella sua archiviazione informatica, bensì nel “mantenimento del diretto ed agevole accesso a quel servizio giornalistico […] e della sua diffusione sul web quanto meno a far tempo dal ricevimento della diffida” per la rimozione del contenuto dalla rete.

IL COMMENTO

Con lo sviluppo e la diffusione delle nuove tecnologie vi è stata la comparsa di nuove fattispecie tra le quali va sicuramente menzionato il “diritto all’oblio”. In un periodo in cui è aumentata in modo esponenziale la pubblicazione e l’archiviazione di contenuti in rete si è avvertita la necessità di poter esser dimenticati – nel rispetto di un equo bilanciamento del diritto alla privacy e del diritto di cronaca – senza restare esposti ai danni che una reiterata ed indeterminata pubblicazione di un contenuto può comportare. Il diritto all’oblio, oggi molto attuale, ha trovato espresso riconoscimento ed una regolamentazione rafforzata con l’approvazione del nuovo Regolamento Europeo del 27.04.2016 in materia di protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali nonché alla libera circolazione di tali dati. Significativa e al tempo stesso controversa appare la sentenza in oggetto con la quale gli Ermellini hanno considerato prevalente la tutela della riservatezza ritenendo che il semplice passare del tempo (nel caso in questione soli 2 anni e 6 mesi) avesse esaurito la rilevanza del diritto di cronaca e, di conseguenza, non fosse più giustificata la permanenza in rete di quello specifico contenuto. Viene fissato in modo arbitrario ed in assenza di una specifica norma di legge, una sorta di termine del diritto di cronaca. Il trattamento dei dati personali viene considerato illecito dalla Suprema Corte in virtù della accessibilità e consultabilità dell’articolo – ritenute di gran lunga superiori rispetto quelle dei quotidiani cartacei – che da un lato portano a ritenere perseguito l’interesse pubblico sotteso al diritto di cronaca giornalistica e dall’altro comportano “una lesione del diritto dei ricorrenti alla riservatezza e alla reputazione e ciò in relazione alla peculiarità dell’operazione di trattamento, caratterizzata da sistematicità e capillarità dei dati trattati e alla natura degli stessi, particolarmente sensibili attenendo a vicenda giudiziaria penale”.

In ragione del protrarsi del trattamento dei dati personali, la Suprema Corte ha considerato fondata la pretesa risarcitoria in ragione dell’esistenza di un pregiudizio di natura non patrimoniale.

Avv. Fabio Distefano 

Add a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *