Divieto per il giudice di valorizzare alcuni comportamenti dell’imputato.

NON E’ CONSENTITO AL GIUDICE DI VALORIZZARE, AI FINI DELLA DECISIONE, COMPORTAMENTI-COMMISSIVI OD OMISSIVI- DELL’IMPUTATO CHE SIANO MANIFESTAZIONE DI DIRITTI SOGGETTIVI E FACOLTA’ -PROCESSUALI.

Corte di Cassazione Penale, terza sezione, n. 50436 del 23 dicembre 2015-Presidente Dott.Franco Amedeo –Relatore Dott.Elisabetta Rosi)

Fatto

La difesa dell’imputato,tratto a giudizio per la violazione del D.Lgs. n.74 del 2000, art.2,comma 1 e 3, daniela corradoproponeva ricorso per Cassazione avverso la sentenza di secondo grado che, nel confermare la sentenza di condanna emessa dal Giudice di prime cure, aveva condiviso la motivazione del Tribunale laddove  aveva espresso la penale colpevolezza sia sulla base di una mera dichiarazione de relato sia sulla scorta della condotta assunta dal condannato nel corso del procedimento.

Esplicitando:la difesa censurava il rilievo attribuito in sentenza al silenzio dell’imputato che, rimasto contumace, non aveva reso l’esame atto a chiarire le fatture in contestazione né aveva introdotto testimoni a suo favore.

In accoglimento di tale motivo di gravame, correttamente la Suprema Corte,mutuando precedenti orientamenti giurisprudenziali e superando altri parzialmente conformi,pur annullando la sentenza senza rinvio per intervenuta prescrizione del reato,invalidava l’iter argomentativo della decisione impugnata,assumendo in primis l’erroneità della statuizione nella parte in cui aveva ritenuto infondato il rilievo difensivo circa l’inutilizzabilità delle dichiarazioni de relato e, nel seguito, puntualizzava che la contumacia dell’imputato,  la rinuncia a rendere l’esame e l’interrogatorio, esprimono facoltà tutte assorbite nel diritto al silenzio ad esso riconosciuto nonché all’esercizio del diritto difensivo,di guisa da non poter costituire, tale inattività, un dato da cui trarre elementi o indizi di prova a suo carico.

Commento

La sentenza in questione si profila di estremo interesse perché ribadisce e avvalora un principio cardine in tema di onere della prova che nel sistema penalprocessualistico,pur regolato dal principio del contraddittorio e della parità delle parti, è a carico della sola accusa.

Né potrà sottacersi il relativo rispetto e l’adesione ad un fondamentale precetto costituzionale che non stabilisce l’obbligo ma afferma la facoltà dell’imputato di partecipare attivamente al processo.

All’uopo correrà l’obbligo di richiamare l’art. 111 della Costituzione, come riformato dalla legge istitutiva del giusto processo, nella parte in cui dispone che nel processo penale la persona accusata di un reato ha la facoltà ( e non il dovere), davanti al giudice, di interrogare, di far interrogare le persone che rendono dichiarazioni a suo carico, di ottenere la convocazione e l’interrogatorio di persone a sua difesa nelle stesse condizioni dell’accusa e l’acquisizione di ogni altro mezzo di prova a suo favore.

Analogamente, la decisione di non rendere l’interrogatorio nel corso delle indagini  e/o l’esame nel corso del dibattimento non potrà non essere intesa quale espressione di una facoltà,che repetita iuvant,assorbe il diritto a non collaborare e a non  rispondere e che,se non fruita, non può assolutamente consentire al  giudice,nella formazione del suo libero convincimento, di attribuire portata significativa ai fini dell’accertamento della sua colpevolezza.

Si renderà doverosamente noto, altresì, che la pronuncia oggetto di attenzione, superando ogni pericolosa eventuale interpretazione da essi desumibile, si inserisce nel solco di precedenti orientamenti secondo i quali la negazione o il mancato chiarimento da parte dell’imputato di circostanze valutabili a suo carico nonché la menzogna o il semplice silenzio possono fornire al giudice argomenti di prova solo con carattere residuale e complementare ed in presenza di univoci elementi probatori di accusa (Cass.Pen.,I sezione,sent.n.2653 del 26.10.2011-23.01.2012 ) .

Può, pertanto, considerarsi che la statuizione in commento rende pieno omaggio al diritto di difesa sancito dall’art. 24 della Costituzione e a quel diritto al silenzio che,ribadito dalla Corte Costituzionale con sentenza n.361/1998,impone al Pubblico Ministero di dimostrare al di là di ogni ragionevole dubbio l’impostazione accusatoria, non esigendo dall’imputato qualsivoglia attività difensiva che sovvertirebbe l’onere probatorio e contrasterebbe con quanto dichiarato altresì dalla Corte Costituzionale in subiecta materia: “l’imputato non solo gode della facoltà di non rispondere ma non ha nemmeno l’obbligo di dire la verità”(Corte Cost.,sent.n.179/1994) .

Avv. Daniela Corrado

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