Divorzio: nessun mantenimento se la donna può lavorare.

Divorzio: niente mantenimento se la donna è in grado di lavorare.

Corte di Cassazione – sez. I civile, Cons. Relatore dr. Pietro Campanile, sentenza nr. 11870 del 9 giugno 2015

 

IL CASO 

Con sentenza depositata in data 30 dicembre 2009 il Tribunale di Bari dichiarava la cessazione degli effetti civili del matrimonio contratto dal Sig. ……  e dalla Sig.ra…….       , rigettando la domanda di assegno avanzata da quest’ultima.

La Corte di Appello di Bari, pronunciando sull’impugnazione proposta dalla Signora, confermava la decisione di primo Grado.

In detta sede, l’appellante sosteneva che durante il matrimonio il tenore di vita era stato pari a quello di una famiglia media con reddito di lavoro dipendente del solo marito e con moglie casalinga, e di non essere in grado – in quanto impossidente e priva di lavoro, di mantenere detto tenore di vita, mentre il ……     , che conviveva nell’abitazione della stessa, con tale Signora……., dalla quale aveva anche avuto una figlia, si sarebbe collocato a riposo al solo scopo di creare una situazione apparente di assenza di redditi, continuando, in realtà, a lavorare presso terzi, percependo in ogni caso, l’indennità di disoccupazione, e, godendo di una situazione economica certamente migliore rispetto a quella dell’appellante.

La Corte territoriale osservava, in primo luogo, che la ricorrente non aveva provveduto a fornire alcuna prova circa il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, e neppure, aveva adeguatamente dimostrato la natura e gli emolumenti derivanti dalle attività lavorative che pure aveva ammesso di esercitare, anche se in maniera saltuaria.

Soggiungeva, altresì, che la deduzione circa la convivenza del Sig….  con la nuova compagna, se da un lato comportava, per la nascita di una figlia, un deterioramento della sua condizione economica, dall’altro era smentita dalla documentazione anagrafica acquisita.

In ordine alle dimissioni dell’appellato, si rilevava che costui aveva fornito la prova di averle rassegnate all’indomani di una contestazione disciplinare, dimostrando inoltre di essere disoccupato.

La Corte di Appello di Bari, quindi, concludeva dichiarando l’insussistenza dei presupposti per l’attribuzione dell’assegno post matrimoniale, rilevando, da un lato, che l’appellante risultava essere dotata di idonea capacità lavorativa, dall’altro, che l’appellato aveva dimostrato il peggioramento della propria condizione economica a cagione sia della nascita della figlia, sia della perdita dell’occupazione.

Avverso detta sentenza, la Signora…., proponeva ricorso per Cassazione, che veniva rigettato.

 LA SENTENZA

I Giudici Ermellini, osservavano quanto appresso.

Con il primo motivo di ricorso si denunciava violazione degli artt. 115 c.p.c., 2729 c.c., della l. num° 898 del 1970, degli artt. 570 e 388 c.p., nonché omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio.

Con il secondo motivo, si deduceva violazione degli artt. 155 e 156 c.c.; 4, 5 e 10 della l. num° 898 del 70, nonché omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, in quanto la Corte d’Appello avrebbe violato il principio secondo cui l’assegno di mantenimento resta valido sino alla pronuncia definitiva sul divorzio.

La terza censura attiene alla violazione denunciata nel precedente motivo sotto il profilo dell’omessa considerazione del tenore di vita tenuto dalla coppia in costanza di matrimonio.

Con l’ultimo motivo, si rilevava la violazione dell’obbligo di disporre accertamenti tramite la polizia tributaria.

La Corte, riteneneva di affrontare congiuntamente la prima, la terza e la quarta censura, rilevando che la sentenza impugnata, sulle base delle ammissioni della stessa Sig.ra….., aveva sia affermato che la stessa, era dotata di capacità lavorativa, sia, ritenuto sufficientemente provato il peggioramento della condizione del Sig……

A fronte di dette considerazioni la sentenza impugnata, era da ritenersi conforme ai principi, ormai consolidati, enunciati dalla stessa Corte Suprema.

Infatti, l’accertamento del diritto all’assegno divorzile dev’essere effettuato verificando l’inadeguatezza dei mezzi del coniuge richiedente, raffrontati ad un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio  e che sarebbe presumibilmente proseguito in caso di continuazione dello stesso o quale poteva ragionevolmente configurarsi sulla base di aspettative maturate nel corso del rapporto, mentre la liquidazione in concreto dell’assegno, ove sia riconosciuto tale diritto per non essere il coniuge richiedente in grado di mantenere con i propri mezzi detto tenore di vita, va compiuta tenendo conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione nonché del contributo personale ed economico dato da ciascuno di essi alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ognuno e di quello comune, nonché del reddito di entrambi, valutandosi tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio (cfr. ex plurimis Cass. Sez. I 15 maggio 2013 num° 11686).

In tale contesto, in cui assume rilievo centrale la nozione di “adeguatezza”, la Corte territoriale aveva posto in evidenza la totale mancanza di elementi probatori inerenti all’impossibilità oggettiva in capo alla  Sig.ra di procurarsi mezzi adeguati per conseguire un tenore di vita analogo a quello mantenuto in costanza di matrimonio, e, quindi, il mancato assolvimento del relativo onere.

Alla luce di tutto quanto sopra esposto, in ordine poi, al mancato esercizio dei poteri di accertamento, i rilievi della ricorrente non potevano essere ritenuti fondati, posto che, per prassi consolidata, il Giudice del merito, ove ritenga “aliunde” raggiunta la prova dell’insussistenza dei presupposti che condizionano il riconoscimento dell’assegno di divorzio, può direttamente procedere al rigetto della relativa istanza anche senza aver prima disposto accertamenti d’ufficio attraverso la polizia tributaria.

Quanto alla seconda censura, essa era dichiarata inammissibile trattandosi di questione proposta per la prima volta in sede di Ricorso per Cassazione. 

IL COMMENTO

La sentenza su esposta, ribadisce con maggior vigore, gli assunti sanciti negli ultimi anni dalla Corte Suprema di Cassazione.

Appare infatti di solare evidenza come, detta pronuncia, si collochi in linea con il filone giurisprudenziale inaugurato da una ordinanza del Tribunale di Firenze, a mente della quale, “l’obbligo di assegnare al coniuge economicamente più debole un assegno volto a garantire il medesimo tenore di vita goduto in costanza di matrimonio viola il principio costituzionale di ragionevolezza” , al quale, la Commissione Europea sul diritto di famiglia, ha fornito maggior rigore stabilendo che “dopo il divorzio ciascun coniuge provvede ai propri bisogni”, in ragione del fatto che il fondamento dell’assegno divorzile si ravvisa, nella rottura definitiva del rapporto coniugale e, dunque, nel venir meno di tutti gli effetti propri del vincolo matrimoniale.

In uguale direzione si esprimeva la Corte Suprema di Cassazione sancendo che per gli “ex” rifarsi una vita costituisce un diritto, statuendo che dopo il fallimento del primo matrimonio riprovare a rifarsi una famiglia è un diritto che non può essere “degradato” a “livello di scelta individuale non necessaria” (cfr. Cass. Civ. n°4551/2012).

Detti principi di diritto sono stati poi ribaditi recentemente, con la sentenza n° 6289/2014, a mente della quale “la circostanza della nascita di un figlio è stata correttamente valutata come giustificativa della modifica dell’entità dell’assegno di mantenimento, in correlazione con l’altra circostanza dell’essere il soggetto, onerato di una situazione reddituale compromessa”.

Avv. Federica D’Alessandro Lojacono 

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