Fallimento, avviso di fissazione dell’udienza tramite pec

Fallimento: valido l’avviso di fissazione dell’udienza di comparizione delle parti tramite PEC pur in mancanza dell’apertura della casella di posta elettronica certificata.

Corte di Cassazione, Sez. VI – 1, sentenza n. 13871 del 6 luglio 2016

La Suprema Corte di Cassazione è stata chiamata a decidere sul ricorso proposto da una francesco piscazzisocietà a responsabilità limitata avverso la propria dichiarazione di fallimento.

Tra i principali motivi di ricorso della società emergeva quello di non aver potuto partecipare all’istruttoria prefallimentare a causa “della mancata apertura della e-mail”, regolarmente inviata dalla Cancelleria a mezzo PEC, contenente l’avviso di fissazione dell’udienza di comparizione delle parti.

La società in questione si era rivolta prima al Tribunale di Paola, nel cosentino, e poi alla Corte di Appello di Catanzaro per ottenere la revoca della sentenza dichiarativa del proprio fallimento sulla base di tre motivi, uno dei quali relativo alla circostanza che la PEC, inviata alla società dalla Cancelleria e contenente l’avviso di fissazione dell’udienza di comparizione, non era stata aperta cosa, questa, che aveva impedito la conoscenza di quanto comunicato.

Sia in primo che in secondo grado i giudici – rilevato che il ricorso del creditore ed il pedissequo decreto di convocazione delle parti erano stati dapprima notificati, a cura della cancelleria, all’indirizzo di posta elettronica certificata della società e presso la sua sede e, successivamente, con deposito nella casa comunale della sede risultante dal registro delle imprese – hanno respinto le richieste avanzate dalla società attrice ritenendo che fossero state correttamente applicate le norme vigenti in materia di comunicazioni e notificazioni inviate dagli uffici giudiziari tramite la posta elettronica certificata.

A redimere la contesa è stata chiamata la Corte di Cassazione, che ha giudicato infondati i motivi di ricorso con i quali la società lamentava la violazione degli artt. 15, comma 3, e 6 del R.D. n. 267/42, come sostituiti dall’art. 17, comma 1, lettera a), del D.L. 179/2012 convertito, con modificazioni, nella L. n. 221/2012.

In primo luogo, gli Ermellini hanno sottolineato che è onere della parte che eserciti un’attività d’impresa munirsi di un indirizzo PEC e assicurarsi del corretto funzionamento della propria casella di posta elettronica certificata, eventualmente delegando tale controllo, manutenzione o assistenza a persone esperte del ramo, atteso che dal 1 luglio 2013 la notifica a mezzo PEC è l’unico mezzo consentito di comunicazione ufficiale tra imprese e pubblica amministrazione.

Chiariscono poi, i giudici della Suprema Corte, che in tema di procedimento per la dichiarazione di fallimento, ai fini del perfezionamento della notifica telematica del ricorso (prevista dalla normativa summenzionata) occorre avere riguardo unicamente alla sequenza procedimentale stabilita dalla legge.

Questo significa che, se dal lato del mittente ciò che conta è la ricevuta di accettazione, che prova l’avvenuta spedizione di un messaggio di posta elettronica certificata, dal lato del destinatario fa fede la ricevuta di avvenuta consegna, la quale, a sua volta, dimostra che il messaggio di posta elettronica certificata è pervenuto all’indirizzo elettronico dichiarato dal destinatario.

Tale principio, precisano i giudici, si fonda sull’esigenza di garantire la maggiore celerità dei procedimenti concorsuali; esigenza che deve tendere ad una durata degli stessi che sia ragionevole atteso che un processo, per essere giusto, deve essere innanzitutto credibile e, per essere tale, deve essere capace di fornire una risposta giurisdizionale tempestiva.

È opportuno altresì precisare, sul punto, che la Corte Costituzionale ha ritenuto manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale sollevata dalla Corte di Appello di Catanzaro  dell’art. 15, comma 3, del R.G. n. 267/42 come modificato ed attualmente in vigore con riguardo agli artt. 3 e 24 della Carta Costituzionale.

Secondo i giudici di Appello, infatti, la possibilità consentita da detta norma che la notifica del ricorso e del pedissequo decreto di convocazione delle parti, in caso di mancato reperimento del destinatario, si perfezioni con il solito deposito nella casa comunale, senza le ulteriori cautele previste dall’art. 145 c.p.c. per le notifiche a persona giuridica comporterebbe un’irragionevole ed immotivata disparità di trattamento tra le notifiche c.d. ordinarie (ex art. 145 c.p.c.) e le notifiche che si eseguono nel contesto del processo fallimentare (ex art. 15, comma 3, R.D. n. 267/42 e successive modificazioni) violando, in tal modo, l’art. 3 Cost.

Sarebbe, inoltre, violato l’art. 24 Cost. perché il mero deposito nella casa comunale non costituisce un mezzo idoneo a rendere conoscibile l’atto al suo destinatario.

La Corte Costituzionale precisa, in primo luogo, che non può ritenersi violato l’art. 3 Cost. atteso che le due fattispecie poste a confronto sono differenti e ciò giustifica la diversa disciplina delle notificazioni, infatti mentre l’art. 145 c.p.c. risponde all’esigenza di assicurare alla persona giuridica l’esercizio del diritto di difesa in relazione agli atti ad essa indirizzati e alle connesse procedure, l’art. 15, comma 3, R.G. 267/42 e successive modificazioni ha come finalità quella di coordinare detta  esigenza con quella di celerità del procedimento concorsuale.

È proprio detta esigenza ad esonerare il tribunale dall’adempiere ulteriori formalità allorquando la situazione di irreperibilità possa imputarsi alla società.

Allo stesso modo, chiarisce la Corte, deve ritenersi inammissibile la censura di violazione all’art. 24 Cost. atteso che il diritto di difesa, tutelato da tale norma ed inteso come conoscibilità da parte del debitore del procedimento fallimentare a suo carico, non solo non è leso ma, al contrario, è tutelato dall’art. 15, comma 3, R.G. 267/42 e successive modificazioni.

La denunciata norma, infatti, prevede un duplice meccanismo di ricerca della società la quale viene notiziata del ricorso e del decreto di comparizione delle parti a mezzo di notifica all’indirizzo PEC o, in caso di esito negativo di detta notifica, presso la sede legale della società.

Quando, poi, la notifica non può essere compiuta con queste modalità, si esegue con il deposito dell’atto introduttivo della procedura fallimentare presso la casa comunale.

Da quanto esposto è evidente, quindi, che debba ritenersi costituzionalmente legittima la summenzionata norma e che, in ogni caso, perché la notifica della dichiarazione di fallimento di una società sia valida è sufficiente che la PEC contenente l’avviso di fissazione dell’udienza sia stata ricevuta dalla stessa, a prescindere dall’effettiva lettura del suo contenuto.

Avv. Francesco Piscazzi 

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