Il Generale Dalla Chiesa, simbolo dell’antimafia.

Sono passati 32 anni dalla morte – e per essere più precisi – dall’uccisione del generale Carlo Albero Dalla Chiesa,luca distefano un uomo da non dimenticare. Chissà cosa avrà pensato in quegli attimi, in cui la sua A 112, nella quale viaggiava con la moglie Emanuela Setti Carraro, fu bersagliata di pallottole d’armi da fuoco. Certamente, non che non ne fosse valsa la pena aver donato il suo lavoro e la sua vita ad una causa giusta, come la lotta alla mafia… e non solo, ma si sarà certamente ripetuto le parole che molto tempo prima aveva detto al figlio Nando, che a sua volta le aveva riportate in un suo libro. Queste parole sono così belle e significative, che non si possono non riportare per non doverle mai dimenticare da parte di nessuno:

 

(… “ci sono cose che non si fanno per coraggio.

Si fanno per poter continuare a guardare serenamente

negli occhi i propri figli.

C’è troppa gente onesta, tanta gente qualunque,

che ha fiducia in me.

Non posso deluderla.”)

 

Ma il vero problema è che il sacrificio di Dalla Chiesa, e di tanti altri eroi italiani che hanno combattuto la mafia – i giudici Falcone e Borsellino, i politici Mattarella e La Torre, e tanti tanti altri – è servito a qualcosa? E’ stato utile al nostro Paese per sconfiggere un male antico che infetta la vita civile, economica e sociale?

La vita di Carlo Alberto Dalla Chiesa è ricchissima di atti coraggiosi ed esemplari, svolti sempre senza la paura di compromettere la sua persona, e combattendo costantemente il rischio di ritorsioni ed attentati, rischio che alla fine divenne realtà con la sua morte violenta.

Figlio di carabiniere, abituato alla costanza del dovere, si arruolò nell’esercito durante la seconda guerra mondiale, ma al momento opportuno, dopo l’armistizio del 43, scelse la parte giusta, partecipando alla resistenza per combattere i tedeschi, che, invece, lo misero nella lista nera. Ma riuscì a sfuggire ai nazisti che lo stavano catturando.

Da allora comincia una lunga e valorosa carriera nell’Arma dei Carabinieri, girando diverse parti dell’Italia intera con incarichi prestigiosi. Nei primi anni ’40 fu inviato anche a Bari come comandante di una tenenza dei carabinieri e tutta la città e noi uomini di legge di Bari, nonché il mondo universitario, ne siamo particolarmente orgogliosi. Anche perché a Bari, non solo conobbe la donna che sposò in prime nozze, ma conseguì nella nostra Università due lauree: in Giurisprudenza e in Scienze politiche. Dopo il soggiorno a Bari, girò ancora l’Italia con incarichi sempre più prestigiosi, anche contro le Brigate rosse in Piemonte, ma soprattutto in Sicilia e in Campania, ma anche a Como, Roma, Firenze, Milano, ed altri posti, distinguendosi sempre per il suo attaccamento al proprio dovere verso le Istituzioni del Paese. Per questi motivi, mentre la carriera progrediva sempre di più, gli furono conferite diverse e numerose onorificenze, fra cui quelle del “Grande ufficiale dell’Ordine militare d’Italia”, la “Medaglia d’oro al valor civile, “Grande Ufficiale” e “Comandante” dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana, e tante altre medaglie ed onorificenze (oltre una ventina).

L’ennesimo ritorno in Sicilia gli fu fatale. Nel 1982, infatti, il Consiglio dei Ministri lo nominò Prefetto in Sicilia per combattere “Cosa nostra”: Fu un periodo difficilissimo. La mafia era sempre più potente e capillare ed i suoi poteri erano come quelli di un qualsiasi Prefetto d’Italia, mentre in Sicilia avrebbe dovuto avere poteri speciali e un più grande sostegno da parte delle autorità dello Stato. Si lamentava, anche in interviste a famosi giornalisti, che la mafia si era estesa anche alla Sicilia orientale, stringendo forti legami di affari mafiosi tra Palermo e Catania e fra Catania e Palermo, sintomo – diceva – di “una nuova mappa del potere mafioso”.

Ma andò avanti, con impegno e coraggio, nonostante le polemiche con alcune frange dei poteri locali (alcuni cavalieri del lavoro e addirittura l’allora presidente della Regione).

Finché il 3 settembre del 1982 subì l’agguato infernale e finale da parte della mafia, che lo portò alla morte, insieme alla sua seconda moglie Emanuela Setti Carraro, che era alla guida della macchina.

Che dire! Il dolore e lo sconcerto del Paese fu enorme, ci furono funerali di Stato, a cui partecipò il grande Presidente Sandro Pertini, ma la pena più grande è rappresentata dalla scritta affissa il giorno dopo in prossimità del luogo dell’attentato. La scritta diceva:

“Qui è morta la speranza dei palermitani onesti”.

Luca Distefano

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