Intangibilità del giudicato

Corte di Cassazione – sez. unite sent. 42858 del 29/5/2014 depositata il    14/10/2014

Il Pubblico Ministero di Napoli aveva richiesto la rimodulazione di una pena già divenuta definitiva per il reato di cui all’art. 73, V comma, D.P.R. n. 309/90 sulla base della sentenza n. 51/2012 con cui la Corte costituzionale aveva dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 69, IV comma, c.p. nella parte in cui prevedeva il divieto di prevalenza della circostanza attenuante del fatto di lieve entità ex art. 73, V comma, D.P.R. n. 309/1990 sulla recidiva di cui all’art. 99, IV comma, c.p.

Nel caso di specie l’imputato era stato condannato alla pena di sei anni di reclusione ed Euro 26.000 di multa per la detenzione al fine di cessione a terzi di sostanza stupefacente del tipo marijuana, per un peso netto pari a gr. 1,75, e del tipo cocaina, per un peso netto pari a gr. 2,86, previo riconoscimento dell’attenuante del fatto di lieve entità con giudizio di equivalenza rispetto alla contestata recidiva reiterata specifica.

Il Giudice dell’esecuzione aveva dichiarato inammissibile la richiesta del Pubblico Ministero sulla base del fatto che la sentenza della Corte costituzionale non aveva comportato abolitio criminis.

Il Procuratore della Repubblica di Napoli aveva proposto ricorso avverso la suddetta decisione sottolineando, tra l’altro, che la sentenza di condanna aveva affermato l’equivalenza tra la contestata recidiva e la circostanza attenuante sulla mera base del disposto normativo poi dichiarato costituzionalmente illegittimo.

La prima sezione penale ha rimesso la decisione alle Sezioni Unite avendo verificato la sussistenza di divergenti orientamenti giurisprudenziali in tema di effetti sull’esecuzione della pena derivanti da declaratorie di illegittimità costituzionale non comportanti abolizione della norma incriminatrice, ma incidenti sul trattamento sanzionatorio già previsto dal legislatore.

LE MASSIME

«Per effetto della sentenza della Corte costituzionale n. 251 del 2012, che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 69, quarto comma, cod. pen., nella parte in cui vietava di valutare prevalente la circostanza attenuante di cui all’art. 73, comma 5, d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309, sulla recidiva di cui all’art. 99, quarto comma, cod. pen., il giudice dell’esecuzione, ai sensi dell’art. 666, comma 1, cod. proc. pen. e in applicazione dell’art. 30, quarto comma, della Legge 11 marzo 1953, n. 87, potrà affermare la prevalenza della circostanza attenuante, sempreché una simile valutazione non sia stata esclusa nel merito dal giudice della cognizione, secondo quanto risulta dal testo della sentenza irrevocabile».

«Per effetto della medesima sentenza della Corte costituzionale n. 251 del 2012, è compito del pubblico ministero, ai sensi degli artt. 655, 656 e 666 cod. proc. pen., richiedere al giudice dell’esecuzione l’eventuale rideterminazione della pena inflitta all’esito del nuovo giudizio di comparazione».

(Corte di Cassazione, sezioni unite penali, sentenza del 29 maggio 2014, depositata il 14 ottobre 2014, n. 42858).

 

I TEMI DI INTERESSE

In virtù dell’art. 30 della Legge n. 87/1953, devono cessare gli effetti penali di qualsiasi norma, sia sostanziale che processuale, dichiarata incostituzionale.

Per questa ragione il giudice dell’esecuzione, a seguito di procedimento incidentale, dovrà dichiarare ineseguibile la condanna nella parte di pena superiore rispetto a quella rimodulata ai sensi dell’intervenuta pronuncia della Corte costituzionale, procedendo ad una nuova quantificazione.

Così le Sezioni Unite, con una sentenza destinata a rimanere nella storia, fanno cadere l’intangibilità del giudicato con riferimento alla misura della pena inflitta dal giudice sulla base di norme poi dichiarate incostituzionali, e che dunque mai avrebbero dovuto essere introdotte nel nostro ordinamento.

Il giudice dell’esecuzione dovrà rimuovere gli effetti delle pene pur parzialmente illegali e fare cessare le esecuzioni di pene ingiuste.

E il Pubblico Ministero dovrà formulare al giudice dell’esecuzione richiesta di rimodulazione della pena sia se deve ancora emettere l’ordine di esecuzione sia con la detenzione in corso.

E’ ormai chiaro che se, dopo una sentenza irrevocabile di condanna, la Corte costituzionale dichiara illegittima una norma che ha aggravato l’entità della pena, quest’ultima deve essere nuovamente calcolata qualora non sia già stata scontata interamente.

La Suprema Corte chiarisce che, in casi di tal genere, «nei confronti del condannato è in atto l’esecuzione di pena potenzialmente illegittima e ingiusta, in quanto parzialmente determinata dall’applicazione di una norma di diritto penale sostanziale dichiarata illegittima dalla Corte costituzionale dopo la sentenza irrevocabile e contrastante con la finalità rieducativa prevista dall’articolo 27, terzo comma, della Costituzione».

E l’illegittimità dell’esecuzione di una pena determinata anche in base ad una norma incostituzionale incide anche dal punto di vista soggettivo perché, almeno in parte, la pena «sarà inevitabilmente avvertita come ingiusta da chi la sta subendo» in quanto «imposta da un legislatore che ha violato la Costituzione», perdendo così la sua funzione rieducativa.

«Il diritto fondamentale alla libertà personale deve prevalere sul valore dell’intangibilità del giudicato» e devono esserne rimossi gli effetti.

Non varrà, però, tale prevalenza se dopo la sentenza interviene una legge che introduce una sanzione più favorevole, restando, in tal caso, il giudicato intangibile.

Al contrario, la norma dichiarata incostituzionale, pur in vigore al momento del fatto, deve essere sempre considerata sostanzialmente invalida perché «mai avrebbe dovuto essere introdotta nell’ordinamento repubblicano, che è Stato costituzionale di diritto, ciò che implica il primato delle norme costituzionali, che non possono perciò essere violate dal legislatore ordinario».

In tale ipotesi -conclude la Corte Suprema- la norma è «geneticamente nata morta», ragion per cui il giudicato non può ritenersi invalicabile.

L’importante pronuncia consente di rassicurare il cittadino sul funzionamento di un sistema giudiziario che lo tutela senza limiti di tempo dalla sofferenza di pene illegali e fornisce un concreto contributo alla risoluzione del problema del sovraffollamento delle carceri, frequentate in gran parte proprio da quei soggetti recidivi che hanno subito un’eccedenza “illegale” di pena.

 

Avv. Guglielmo Starace – info:studiostarace@yahoo.it

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