La Corte Costituzionale su spese processuali

La Corte Costituzionale sul principio dell’onere delle spese processuali a carico del datore di lavoro.

Corte Costituzionale, 19.04.2018, n. 77.

Premessa.

Il principio fondamentale che delinea il rapporto tra i soggetti interessati e l’esercizio della funzione giurisdizionale è quello dell’iniziativa di parte, detto anche principio della domanda: l’autorità giudiziaria, infatti, nella generalità dei casi, provvede ad esercitare le sue funzioni quando la parte gliene propone domanda, invocando la tutela giurisdizionale dei propri interessi.

Collegato al principio della domanda e strettamente connesso con questo, vi è l’altro, quello dell’onere delle spese, per il quale l’anticipazione del costo del processo – con le eccezioni previste dalla legge – fa a carico al soggetto che promuove l’azione [Giuseppe Cutolo, Servizi di Cancelleria, III Edizione, Ed. Simone, 2016, p.71]. mara buquicchio

Mentre il rimborso delle spese processuali, nel giudizio civile, risponde alla regola generale “victus victori”, fissata dall’art. 91, comma 1, cod. proc. civ., nella parte in cui prevede che            «il giudice, con la sentenza che chiude il processo davanti a lui, condanna la parte soccombente al rimborso delle spese a favore dell’altra parte e ne liquida l’ammontare insieme con gli onorari di difesa».

Generalmente la soccombenza si accompagna alla condanna al pagamento delle spese di lite. L’alea del processo grava sulla parte soccombente perché è quella che ha dato causa alla lite non riconoscendo, o contrastando, il diritto della parte vittoriosa ovvero azionando una pretesa rivelatasi insussistente. È giusto, secondo un principio di responsabilità, che chi è risultato essere nel torto si faccia carico, di norma, anche delle spese di lite, delle quali invece debba essere ristorata la parte vittoriosa.

In proposito codesta Corte ha affermato che «il costo del processo deve essere sopportato da chi ha reso necessaria l’attività del giudice ed ha occasionato le spese del suo svolgimento».

Tuttavia non si tratta di una regola assoluta, in ragione del carattere accessorio della pronuncia sulle spese di lite.

La Corte (sentenza n. 196 del 1982) ha infatti aggiunto che «l’istituto della condanna del soccombente   nel   pagamento   delle   spese   ha   bensì   carattere   generale, ma   non   è   assoluto   e inderogabile»: come è consentito al giudice di compensare tra le parti le spese di lite ricorrendo le condizioni di cui al secondo comma dell’art. 92 cod. proc. civ., così rientra nella discrezionalità del legislatore modulare l’applicazione della regola generale secondo cui alla soccombenza nella causa si accompagna la condanna al pagamento delle spese di lite.

Analogamente, con riferimento al giudizio di opposizione a sanzioni amministrative, codesta Corte (ordinanza n. 117 del 1999) ha ribadito che    «l’istituto della condanna del soccombente al pagamento delle   spese   di   giudizio, pur   avendo   carattere generale,   non   ha   portata   assoluta   ed   inderogabile, potendosene profilare la derogabilità sia su iniziativa del giudice del singolo processo, quando ricorrano giusti motivi ex art. 92, secondo comma, cod. proc. civ., sia per previsione di legge – con riguardo al tipo di procedimento – in presenza di elementi che giustifichino la diversificazione dalla regola generale».

Alla luce di quanto esposto, è ben possibile una deroga all’istituto della condanna del soccombente alla rifusione delle spese di lite in favore della parte vittoriosa, in presenza di elementi che la giustifichino, come quando si ricorre al giudice in caso di licenziamento illegittimo e si perde la causa.

La decisione commentata.

La Corte ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 92, secondo comma, del codice di procedura civile, nel testo modificato dall’art. 13, comma 1, del decreto-legge 12 settembre 2014, n. 132 (Misure urgenti di degiurisdizionalizzazione  ed altri  interventi per  la definizione dell’arretrato in  materia  di processo civile), convertito, con modificazioni, nella legge 10 novembre 2014, n. 162, nella parte in cui non prevede che il giudice possa compensare le spese tra le parti, parzialmente o per intero, anche qualora sussistano altre analoghe gravi ed eccezionali ragioni.

L’obbligo   di   motivazione   della   decisione   di   compensare   le   spese   di   lite   discende   dalla   generale prescrizione dell’art. 111, sesto comma, Cost., che vuole che tutti i provvedimenti giurisdizionali siano motivati.

Diversamente, son state dichiarate non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 92, secondo comma, sollevate in riferimento agli artt. 3, secondo comma, e 117, primo comma, della Costituzione, in relazione agli artt. 14 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, e  21 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.

In particolare, con riguardo al profilo di censura che fa riferimento alla posizione del lavoratore come parte “debole”, la questione è posta in relazione al principio di eguaglianza sostanziale di cui all’art. 3, secondo comma, Cost., che esigerebbe – secondo il giudice rimettente – un trattamento differenziato, di vantaggio, per il lavoratore in quanto soggetto più “debole”, costretto ad agire giudizialmente, mentre il censurato art. 92, secondo comma, cod. proc. civ. avrebbe in concreto l’effetto opposto.

Pur   risultando   non   fondata   la   seconda   questione   di   legittimità costituzionale,   secondo   la   Corte Costituzionale, può in generale dirsi che è rimesso alla discrezionalità del legislatore ampliare il    “favor praestatoris”      , ad esempio rimodulando, in termini di minor rigore o finanche di esonero, il previsto raddoppio   del   contributo   in   caso   di   rigetto   integrale,   o   di   inammissibilità,   o   di   improcedibilità dell’impugnazione.

E  sarebbe un’ottima  soluzione  da   attuare   a  favore   dei   prestatori  di  lavoro,  sempre  più   licenziati (ingiustamente) in seguito all’eliminazione delle tutele di cui all’art. 18 dello Statuto dei lavoratori.

Avv. Mariangela Buquicchio – info: marabuquicchio@gmail.com;

Add a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *