La parcelizzazione del credito

SI ALLA PARCELLIZAZIONE IN GIUDIZIO DEL CREDITO: gli Ermellini chiariscono quando non si configura alcun “abuso del processo”.
Corte di Cassazione, Sez. II Civile, sentenza nr. 22574 del 7 novembre 2016

La Suprema Corte di Cassazione è stata chiamata a pronunciarsi sulla possibilità o meno per ilfrancesco piscazzi creditore, a tutela di un credito dovuto in forza di un unico rapporto obbligatorio,  di agire prima con ricorso monitorio per la parte liquida e separatamente con il procedimento ordinario di cognizione per la parte che richiede di essere accertata e liquidata.

La questione è emersa in occasione di un giudizio monitorio con il quale gli avvocati Tizio, Caio e Sempronio chiedevano al Tribunale di Catanzaro di intimare alla Regione Calabria il pagamento del compenso fisso pattuito con apposita convenzione del 2002 – convenzione con la quale i ricorrenti avevano assunto l’incarico professionale di verificare la situazione debitoria di alcuni enti regionali e di addivenire a definizioni transattive delle relative pendenze debitorie – e dichiaravano, altresì, di non rinunciare al pagamento del compenso aggiuntivo e premiale pattuito riservandosi di agire per esso separatamente.

Ottenuto decreto ingiuntivo nei confronti della Regione Calabria, i professionisti si erano rivolti prima al Tribunale di Catanzaro e poi alla Corte di Appello di Catanzaro per chiedere l’accertamento ed ottenere la liquidazione del compenso variabile.

Tuttavia, sia in primo che in secondo grado i giudici hanno considerato improponibile la domanda formulata separatamente dagli attori in riferimento al compenso aggiuntivo e premiale pattuito sul presupposto della  infrazionabilità in sede processuale di un credito derivante dal medesimo titolo.

Avverso la sentenza della Corte di Appello di Catanzaro i professionisti hanno proposto ricorso per Cassazione chiarendo che con la convenzione di assunzione dell’incarico professionale erano stati pattuiti due distinti compensi – il compenso fisso ed il compenso aggiuntivo premiale – e che solo il compenso fisso era certo, liquido ed esigibile fin dall’inizio sì da legittimare la richiesta di decreto ingiuntivo, mentre il compenso aggiuntivo, in quanto variabile, non lo era; circostanza questa, sostengono i ricorrenti, che ha spinto a ritenere logica la scelta di agire prima con ricorso monitorio per la somma provata documentalmente e successivamente con il procedimento ordinario di cognizione per la somma variabile senza incorrere in abuso del processo.

I giudici della Suprema Corte, pur ribadendo il principio di diritto secondo cui “la condotta del creditore che procede a frazionare il proprio credito – avanzando diverse domande giudiziali volte ad ottenere la condanna del debitore al pagamento di quanto dovutogli – costituisce una condotta contraria ai canoni di buona fede e di correttezza, in relazione al dovere inderogabile di solidarietà di  cui all’art. 2 dell’attuale Costituzione, e si risolve in abuso del processo”, ne hanno chiarito la portata.

Gli Ermellini, infatti, se da un lato condividono il principio secondo cui il frazionamento di un credito unitario in plurimi giudizi determini una palese violazione del principio di correttezza e buona fede in quanto comporta un prolungamento temporale della sottoposizione del debitore al vincolo coattivo nonché un ulteriore ed eccessivo onere economico a suo carico, dovendo difendersi in relazione a molteplici azioni processuali; dall’altro chiariscono che detto principio non debba essere inteso in senso assoluto “dovendo escludersi il divieto di parcellizzazione della domanda giudiziale allorquando solo per una parte dell’unico credito vi siano le condizioni richieste dalla legge per agire con lo strumento giudiziario più spedito azionato per primo”.

Conseguentemente l’attore che, a tutela di un credito dovuto in forza di un unico rapporto obbligatorio, agisca con ricorso per ottenere l’ingiunzione di pagamento di un credito certo, liquido ed esigibile e, successivamente, con il procedimento sommario di cognizione per il credito da accertare e liquidare non incorre, secondo la Suprema Corte, in un caso di abuso del processo in quanto è diversa la natura delle pretese azionate nei due distinti giudizi e, pertanto, si deve riconoscere il diritto del creditore di avvalersi di una tutela accelerata (quella d’ingiunzione) per i crediti provati con documentazione sottoscritta.

Secondo tale tesi, infatti, il diritto del debitore a non subire un ingiusto aggravio della sua posizione, (aggravio che senz’altro conseguirebbe alla parcellizzazione del credito) va contemperato con il diritto del creditore ad una tutela accelerata mediante decreto ingiuntivo in tutte quelle ipotesi in cui il credito sia provato con documentazione sottoscritta dal debitore non potendosi ravvisare, in tale circostanza, alcun abuso dello strumento processuale in quanto tale comportamento non si pone né in contrasto con il principio di correttezza e buona fede né con il principio costituzionale del giusto processo che deve pertanto svolgersi in condizioni di parità ed avere una ragionevole durata per ambe le parti.

Se al creditore venisse preclusa l’ipotesi di agire mediante ricorso monitorio per ottenere l’ingiunzione di pagamento di un credito già liquido e, di conseguenza, fosse costretto ad attendere i tempi più lunghi di un procedimento ordinario per ottenere un titolo esecutivo relativo a tale parte di credito, sarebbe egli stesso a subire un ingiusto pregiudizio.

In conclusione, quindi, in tutte le ipotesi in cui il credito è parzialmente liquido, il creditore può avvalersi del procedimento di ingiunzione per ottenere il pagamento di quella parte di credito certa, liquida ed esigibile e, separatamente, agire con il procedimento ordinario per chiedere l’accertamento e la liquidazione della parte di credito sprovvista di tali requisiti.

avv. Francesco Piscazzi 

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