La prostituzione è un’attività di lavoro autonomo.

La prostituzione è una attività di lavoro autonomo, pur se contraria al buon costume, pertanto i ricavi vanno regolarmente tassati; non devono esserci differenze tributarie tra i lavori leciti e quelli contrari al buon costume.

Commissione Tributaria Provinciale di Bolzano nr. 32 del 24/02/2015

La sentenza in commento è da ritenersi innovativa e provocatoria.

La commissione tributaria di Bolzano spiazza il contribuente e ritiene che la prostituzione logo commentariocon la caratteristica della intenzionalità e della volontà della “autrice” deve essere considerata a tutti gli effetti un lavoro autonomo.

Tutto nasce da un avviso di accertamento emesso a seguito di un controllo effettuato dal preposto ufficio  dell’Agenzia delle Entrate di Bolzano, derivante dall’intervento dalle Forze Pubbliche “finalizzato alla prevenzione e repressione del fenomeno della prostituzione” dal quale era emerso che la “ricorrente esercitava abitualmente la attività di meretricio”. Le indagini si sono trasformate da controllo a verifica, da cui è emerso la mancanza di richiesta di Partita Iva (come prevede la legge fiscale per le ditte individuali) e di conseguenza la mancata dichiarazione dei redditi e la presentazione della dichiarazione IVA dal 2007 al 2013.

La strenue difesa della ricorrente ha inteso motivare i ricavi accertati come non tassabili perché derivabili da una “attività” non rientrante tra quelle di cui all’art. 6 del TUIR, ritenendo i “redditi” accertati come un “risarcimento del danno sui generis a causa della lesione … della dignità della persona che subisce l’affronto della vendita di sè” , oltre alla richiesta di inapplicabilità del IVA e dell’IRAP per il non  comprovato esercizio abituale della professione di meretricio.

La CTP Alto Atesina ha rigettato parzialmente il ricorso escludendo nelle sue motivazioni categoricamente la interpretazione del “risarcimento del danno”, ma configurando invece le prestazioni dalla ricorrente ( e in genere quelle delle meretrici) quali derivanti da un “rapporto ex art 1325 c.c. e non risarcitorio”.

Non solo, la Commissione ha fatto proprio il principio della giurisprudenza di legittimità per cui “la prostituzione costituisce una prestazione di servizi retribuita” ed essendo i redditi provenienti da fatti, atti o attività illecite come assoggettabili “a tassazione… in coerenza, il reddito derivante dall’esercizio della prostituzione, in base al generale principio della tassabilità dei redditi per il fatto stesso della loro sussistenza…, è soggetto ad imposizione diretta”. Alla luce di tale interpretazione ha affermato quindi che “i provenienti dal meretricio vanno considerati come guadagni derivanti dall’esercizio di una attività economica alla stregua di tutte le altre”; questa affermazione comporta che il reddito della prostituzione è ascrivibile tra quelli ex art. 6 del TUIR.

Nelle motivazioni, infine, i giudici tributari hanno precisato come non debba verificarsi una differenza tributaria tra i lavori leciti produttori di un reddito, che vengono tassati, e la non tassabilità dei lavori “contrari al buon costume”.

La continuità della “professione” svolta dalla ricorrente è stata confermata, a detta della CTP, con gli accertamenti sui conti bancari che dimostravano come ci fosse movimentazione sul conto corrente della meretrice  senza che la stessa fornisse adeguata giustificazione di tali attività bancarie (ricordiamo infatti che gli accertamenti bancari messi in atto dall’Agenzia delle Entrate sono soggetti all’inversione dell’onere della prova a carico del contribuente) e al contempo dichiarasse che non aveva un lavoro.

Unico elemento a favore della ricorrente è stata la dichiarazione da parte della Commissione Tributaria della condizione di difficoltà per la “contribuente”, e per coloro che come lei svolgono la “professione”, per dichiarare al fisco i proventi delle attività da essa derivanti “trattandosi di una attività <di confine>, ondeggiante tra legalità e contrarietà al buon costume, con confusione tra penale, civile e, appunto, anche tributario”, che ha motivato la scelta dell’organo giudicante di non applicare alla ricorrente le sanzioni applicate.

 

Avv. Michele Petruzzi – avv.michelepetruzzi@gmail.com

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