Le Sezioni Unite sui crediti professionali di origine giudiziale civile

Riduzione e semplificazione dei riti?

Corte di Cassazione – sezioni unite civili – sent. n.4485 dep. 23 febbraio 2018

Le Sezioni Unite scrivono la loro soluzione per il caso di controversia avente ad oggetto crediti professionali di origine giudiziale civile e per attività in stretto rapporto di dipendenza con il mandato relativo alla difesa o alla rappresentanza giudiziale: se l’avvocato non ricorre per ingiunzione, deve valersi del rito sommario “speciale” come disegnato dall’art.14 del d.lgs. n.150 del 2011 e, in quanto applicabili, dalle norme di cui all’art.702-bis cod. prov. civ.. Allo stesso rito soggiace l’opposizione al decreto ingiuntivo. alessandra di fronzo

Il caso

Sull’eccezione del convenuto di aver provveduto al pagamento integrale del compenso dovuto all’avvocato e, comunque, di prescrizione parziale del preteso credito, il Tribunale di Civitavecchia dichiara l’inammissibilità del ricorso e l’incompetenza funzionale del giudice adìto enunciando la seguente motivazione: “a norma dell’art.14 del d.lgs. n.150 del 2011, competente a decidere le controversie di cui all’art.28 della legge n.794 del 1942 è l’ufficio giudiziario di merito adìto per il processo nel quale l’avvocato ha prestato la propria opera (…) ritenuto che lo speciale procedimento di cui all’art.14 del d.lgs. n.150 del 2011 non trovi applicazione laddove, anche a seguito delle eccezioni sollevate dal cliente convenuto in giudizio, si verifichi un ampliamento del thema decidendum oltre la semplice determinazione degli onorari forensi, come si desume sia dai lavori preparatori sia dalla giurisprudenza formatasi nel vigore degli artt.28 e 29 della legga n.794 del 1942”.

Avverso l’ordinanza il professionista propone ricorso per regolamento di competenza, chiedendo dichiararsi la competenza del Tribunale di Civitavecchia in composizione monocratica ed a sostegno adducendo: di aver introdotto il giudizio con un ricorso ai sensi dell’art.702-bis cod. proc. civ. secondo il rito sommario ordinario e che ad esso era applicabile la regola di competenza di cui all’art.18 cod. proc. civ. (residenza del convenuto); che, pertanto, il Tribunale di Civitavecchia aveva errato perché il d.lgs. n.150 del 2011 aveva lasciato inalterati gli strumenti ordinari di tutela utilizzabili dal difensore in alternativa al procedimento speciale già regolato dalla l. n.794 del 1942 e, dunque, sia il procedimento di cognizione ordinario, sia il procedimento sommario ordinario ex art.702-bis cod. proc. civ..

La Sesta Sezione-2, con ordinanza n.13272 del 25 maggio 2017, ravvisata l’esistenza nella giurisprudenza delle sezioni semplici di un contrasto sulla ricostruzione dei limiti e dell’oggetto del giudizio di cui all’art.14 del d.lgs. n.150 del 2011, nonché di discordi opinioni della dottrina e della giurisprudenza di merito, rimette il procedimento al Primo Presidente per l’assegnazione alle Sezioni Unite.

Le statuizioni delle Sezioni Unite.

Con la sentenza n. 4485/2018, resa all’esito dell’udienza del 27 ottobre 2017, depositata il 23 febbraio 2018, le Sezioni Unite Civili della Suprema Corte di Cassazione, ritenuto correttamente proposto il regolamento di competenza e ricostruita la storia interpretativa della normativa vigente in materia (interessante la motivazione su entrambi i punti), si sono pronunciate in merito:

  1. a) agli effetti, sui procedimenti utilizzabili a tutela dei crediti professionali, della entrata in vigore del D. Lgs. 1 settembre 2011, n. 150 che – in attuazione della legge delega, cioè ai sensi dell’articolo 54 della l. 18 giugno 2009, n. 69 – detta disposizioni complementari al codice di procedura civile in materia di riduzione e semplificazione dei procedimenti civili di cognizione;
  2. b) alla questione se il trasferimento nella normativa di cui all’art.14 del D.Lgs. 150/2011 del procedimento già disciplinato dagli artt. 28-30 della L.13 Giugno 1942 n.794 abbia inciso sulla pregressa disciplina in maniera tale da assumere forma di tutela esclusiva.

La prima questione posta dall’ordinanza di rimessione è stata risolta con l’affermazione del seguente principio di diritto: “A seguito dell’introduzione dell’art.14 del d.lgs. n.150 del 2011, la controversia di cui all’art.28 della l. n. 794 del 1942, come sostituito dal citato d.lgs., può essere introdotta: a) o con un ricorso ai sensi dell’art.702-bis, cod. proc. civ., che dà luogo ad un procedimento sommario “speciale”, disciplinato dal combinato disposto dell’art. 14 e degli artt.3 e 4 del citato d. lgs. e dunque delle norme degli arttt.702-bis e segg. cod. proc. civ., salve le deroghe previste dalle dette disposizioni del d.lgs.; b) o con il procedimento per decreto ingiuntivo ai sensi degli artt.633 e segg. cod. proc. civ., l’opposizione avverso il quale si propone con ricorso ai sensi dell’art.702-bis e segg. cod. proc. civ. ed è disciplinata come sub a), ferma restando l’applicazione delle norme speciali che dopo l’opposizione esprimono la permanenza della tutela privilegiata del creditore e segnatamente degli artt.648, 649 e 653 cod. proc. civ. (quest’ultimo da applicarsi in combinato disposto con l’ultimo comma dell’art.14 e con il penultimo comma dell’art.702-ter cod. proc. civ.). Resta, invece, esclusa la possibilità di introdurre l’azione sia con il rito di cognizione ordinaria e sia con il rito sommario ordinario codicistico, di cui agli artt.702-bis e segg. cod. proc. civ.”.

La seconda questione posta dall’ordinanza di rimessione, va risolta con l’affermazione del seguente principio di diritto: “La controversia di cui all’art.28 della l. n. 794 del 1942, tanto se introdotta con ricorso ai sensi dell’art.702-bis cod. proc. civ., quanto se introdotta con ricorso per decreto ingiuntivo, ha ad oggetto la domanda di condanna del cliente al pagamento delle spettanze giudiziali dell’avvocato tanto se prima della lite via sia una contestazione sull’an debeatur, quanto se non vi sia e, una volta introdotta, resta soggetta (nel secondo caso a seguito dell’opposizione) al rito indicato dall’art.14 del d.lgs. n.150 del 2011 anche quando il cliente dell’avvocato non si limiti a sollevare contestazioni sulla quantificazione del credito alla stregua della tariffa, ma sollevi contestazioni in ordine all’esistenza del rapporto, alle prestazioni eseguite ed in genere riguardo all’an. Soltanto qualora il convenuto svolga una difesa che si articoli con la proposizione di una domanda riconvenzionale, di compensazione, di accertamento di giudicato di un rapporto pregiudicante), l’introduzione di una domanda ulteriore rispetto a quella originaria e la sua esorbitanza dal rito di cui all’art.14 comporta – sempre che non si ponga anche un problema di spostamento della competenza per ragioni di connessione da risolversi ai sensi delle disposizioni degli artt.34, 35 e 36 cod. proc. civ.) e, se è stata adìta la Corte di Appello – quale giudice di primo grado – il problema della soggezione della domanda del cliente alla competenza di un giudice di primo grado, che ne impone la rimessione ad esso – che, ai sensi dell’art.702-ter, quarto comma, cod. proc. civ., si debba dar corso alla trattazione di detta domanda con il rito sommario congiuntamente a quella ex art.14, qualora anche la domanda introdotta dal cliente si presti ad un’istruzione sommaria, mentre, in caso contrario, si impone di separarne la trattazione e di procedervi con il rito per essa di regola previsto ( non potendo trovare applicazione, per l’esistenza della norma speciale, la possibilità di unitaria trattazione con il rito ordinario sull’intero cumulo di cause ai sensi dell’art.40, terzo comma, cod. proc. civ.)”.

Ed allora, rimandando per quanto ancora di attualità, a “UNA RIFLESSIONE SULLE PROCEDURE A TUTELA DEI CREDITI PROFESSIONALI Corte di Cassazione, sez. VI civile, nr. 4002 del 29 febbraio 2016, (ud. 13/10/2015, dep. 29/02/2016) al link https://ilcommentariodelmerito.com/tutela-dei-crediti-professionali/#comment-461, e senza pretesa di esaustività, attesa la corposità della motivazione in esame e gli spunti di riflessione che suscita, in buona sostanza le Sezioni Unite, con la sentenza citata, hanno interpretato la normativa vigente, quale risultante a seguito dell’entrata in vigore della legge sulla riduzione e semplificazione dei riti, in senso – a dire delle stesse – conforme alla ratio della legge delega n.69 del 2009 e del c.d. principio della invarianza della competenza ivi previsto all’art.54, comma 4, lett.a).

Ne consegue che il procedimento a tutela del credito professionale deve ritenersi unificato sotto le norme dettate dall’art.14 del d. lgs. n.150/2011 ed immodificabile sia per il caso di azione diretta sia per il caso di opposizione a decreto ingiuntivo.

Le peculiarità del rito sommario “speciale” consistono essenzialmente nelle seguenti:

– oggetto del procedimento, ai sensi dell’art.28, sostituito dall’art.34, n.16, lettera a) del d.lgs. n.150/2011 è: “la liquidazione delle spese, degli onorari e dei diritti nei confronti del proprio cliente”; premesso che la norma è precedente l’entrata in vigore della normativa abrogativa delle tariffe professionali e che essa non è stata attualizzata neppure linguisticamente, si tratta, secondo le SS.UU. che richiamano un’esegesi consolidata, di una controversia e, quindi, di una domanda correlata, con cui l’avvocato chiede la “liquidazione” delle spettanze della sua attività professionale svolta in un giudizio civile o con l’espletamento di prestazioni professionali che si pongano “in stretto rapporto di dipendenza con il mandato relativo alla difesa o alla rappresentanza giudiziale, in modo da potersi considerare esplicazione di attività strumentale o complementare di quella propriamente processuale (n.d.r. – si leggano nel testo della sentenza, alle pagine 10 e 11, le singole specifiche ipotesi richiamate) restando, invece, esclusa, l’attività professionale stragiudiziale civile che non abbia detta natura, quella svolta nel processo penale (anche in funzione dell’esercizio dell’azione civile in sede penale) e amministrativa, o davanti a giudici speciali”, sulle quali ultime le Sezioni Unite non si esprimono e per le quali, dunque, non sembra potersi escludere il ricorso ai riti ordinario e sommario “codicistico”, oltre che per ingiunzione di pagamento;

– l’azione si introduce con ricorso dotato degli elementi di cui all’art. 702.bis cod. proc. civ.;

– dinanzi al Tribunale in composizione collegiale che ha sede presso l’ufficio giudiziario di  merito  adito  per  il processo nel quale  l’avvocato  ha  prestato  la propria  opera (art.14, comma 2, d.lgs. 150/2011) sempre che il cliente non rivesta la qualifica di consumatore nel qual caso il conflitto di competenza territoriale va sempre risolto nel senso della prevalenza del foro del consumatore, sia perché esso è esclusivo sia perché, trattandosi di due previsioni speciali, la norma successiva ha una portata limitatrice di quella precedente (anche in sede di opposizione a decreto ingiuntivo richiesto ed emesso, ex art.637 cod. proc. civ., dal Tribunale del luogo ove ha sede il Consiglio dell’Ordine al cui albo l’avvocato è iscritto);

– il Tribunale decide non informalmente (come se fosse applicabile il rito camerale previsto dalla l. 974/42 prima del suo trasferimento nel d. lgs. del 2011), ma applicando le norme di cui agli artt.702-bis e segg. del cod. proc. civ., ad eccezione di quelle previste dai commi 2 e 3 dell’art.702-ter, nonché degli artt. 3 e 4 del d. lgs. 150/2011, sicché il Tribunale deciderà anche sulle eccezioni del convenuto a meno che non si tratti di domande che ne mutino la competenza o che non si possano trattare in maniera sommaria in considerazione dei necessari accertamenti probatori, casi in cui la domanda andrà separata e – una volta individuato il Giudice competente (per ragioni di connessione da risolversi ai sensi delle disposizioni degli artt.34, 35 e 36 cod. proc. civ. e, se è stata adìta la Corte di Appello quale giudice di primo grado, il problema della soggezione della domanda del cliente alla competenza di un giudice di primo grado, che ne impone la rimessione ad esso) – decisa con il rito per essa di regola previsto, con applicazione, se trattasi di domanda pregiudiziale, dell’art.295 cod. proc. civ.

– il procedimento è deciso con ordinanza inappellabile, sempre immediatamente esecutiva.

La domanda sorge spontanea: hanno raggiunto le Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione l’obiettivo di ridurre e semplificare i riti?

 

Con l’occasione di questo scritto, in materia di quantificazione giudiziale dei compensi si segnalano:

– Cassazione Civile Sez. 2 ord. n.1357 del 19/1/2018 con la quale la Corte ritiene che il Giudice non può disporre liquidazioni al di sotto dei minimi imposti dal D.M. 55/2014 all’art.4. Afferma infatti la Corte, Cassando la sentenza impugnata per violazione o falsa applicazione degli artt.91 cod. proc. civ. e 2233 cod. civ., nonché del D.M. 55/2014, che quest’ultimo prevale sul D.M. 140/2012. La disposizione dell’art.1 comma 7 D.M. 140/2012 che dispone che le soglie numeriche indicate in decreto  in nessun caso sono vincolanti per la liquidazione, deve ritenersi superata dalle disposizioni del D.M. 55/2014 non per ragioni di mera successione temporale, bensì nel rispetto del principio di specialità, in quanto diversamente dal primo, “evidentemente generalista e rivolto a regolare la materia dei compensi tra professionista e cliente”,  il D.M. 55/2014 detta i criteri ai quali il giudice si deve attenere nel regolare le spese di causa.

– Cassazione Civile Sez. 1, ord. n.657 del 12/01/2018 secondo cui, nella liquidazione giudiziale del compenso al professionista occorre “un’indicazione specifica delle voci che si ritengono non adeguatamente comprovate, a cui venga collegato un altrettanto specifico, e relativo, scomputo”.

Avv. Alessandra Di Fronzo

alessandradifronzo@me.com

Add a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *