L’ordinanza di correzione materiale della sentenza

Ordinanza di correzione materiale della sentenza – ammissibilita’ dell’impugnazione della sentenza corretta – autonoma impugnabilita’ dell’ordinanza di correzione –

Cass. Civ., Sez.III, sentenza 28 luglio 2017, n.18743 (Pres. Di Amato – Rel. Travaglino)

E’ inammissibile, perché tardivo ex artt.288 u.c. c.p.c. e 121 disp. att. c.p.c., alessandra di fronzol’appello relativo alle parti della sentenza corrette, ove l’impugnazione sia proposta oltre il termine di 30 giorni dalla notificazione alle parti dell’ordinanza di correzione a cura del Cancelliere che produce ipso facto l’effetto legale della conoscenza dell’atto e la conseguente decorrenza del termine breve per l’impugnazione.

 

Il caso in esame

 

All’esito del giudizio di appello avverso la sentenza del Tribunale di Bologna come corretta dal successivo provvedimento, la Corte adita circoscrive l’oggetto dell’impugnazione alla questione dell’accoglimento da parte del Giudice di prime cure dell’istanza di correzione materiale del quantum delle competenze legali indicate in dispositivo, accoglimento che ne aveva comportato la rideterminazione al ribasso. Gli appellanti, infatti, impugnando la sentenza di primo grado ed il successivo provvedimento entro il termine c.d. lungo ex art.327 c.p.c. (quest’ultimo dato, non esplicitato, si desume dalla  motivazione della sentenza), eccepiscono come la questione relativa alla determinazione delle spese di lite avrebbe dovuto costituire motivo di impugnazione della sentenza di primo grado (atteso, peraltro, che la liquidazione di cui al dispositivo era conforme alla loro nota spese), trattandosi di statuizione nel merito non modificabile, pertanto, con la procedura di correzione di errore materiale. In accoglimento del gravame, la Corte rigetta l’eccezione di tardività dell’appello formulata dagli appellati e ritiene illegittimo il ricorso alla procedura di correzione. Avverso la sentenza della Corte di Appello viene proposto ricorso per cassazione. Dei quattro motivi di censura, la Suprema Corte accoglie il primo: quello con cui, cioè, i ricorrenti ribadiscono l’eccezione di inammissibilità dell’appello, in quanto proposto successivamente alla scadenza del termine di 30 giorni dalla notificazione dell’ordinanza di correzione alle parti a cura della Cancelleria, così deducendo la violazione e/o la falsa applicazione, ex art. 360 n.3 c.p.c. degli artt.288 u.c. (“le sentenze possono essere impugnate relativamente alle parti corrette nel termine ordinario decorrente dal giorno in cui è stata notificata l’ordinanza di correzione”), 325 (“il termine per proporre l’appello … omissis … è di trenta giorni”), 170 (“dopo la costituzione in giudizio tutte le notificazioni e le comunicazioni si fanno al procuratore costituito, salvo che la legge disponga altrimenti”) e 121 disp. att. c.p.c che testualmente recita: “l’ordinanza di correzione delle sentenze è notificata alle parti a cura del Cancelliere”. La Cassazione ritiene non conforme a diritto l’applicazione da parte della Corte felsinea della diversa disciplina prevista dagli artt. 170 e 285 c.p.c. e – si aggiunge – anche della disciplina di cui ai commi 2 e 3 dell’art.133 c.p.c. (la comunicazione da parte della Cancelleria dell’avviso di deposito della sentenza alle parti costituite, mediante biglietto contenente il testo integrale della sentenza, non è idonea a far decorrere i termini per le impugnazioni di cui all’art. 325 c.p.c.) ed  afferma, al contrario, il seguente principio: alla luce del chiaro tenore letterale delle norme applicabili alla fattispecie (artt. 288 u.c. c.p.c. e 121 disp. att. c.p.c.), la notifica alle parti dell’ordinanza di correzione di errore materiale a cura della Cancelleria,  produce ipso facto l’effetto legale della conoscenza dell’atto e la conseguente decorrenza del termine breve per l’impugnazione.

 

Il commento

 

A commento della citata pronuncia, è interessante segnalare come “l’allargamento della nozione di comunicazione, unitamente all’introduzione di modalità di trasmissione telematiche (omissis) abbia finito per assottigliare i confini tra le comunicazioni e le notificazioni” (A.D. De Santis al link: http://www.treccani.it/enciclopedia/notificazioni-e-comunicazioni-dir-proc-civ_(Diritto-on-line)/), ed anzi “i punti in comune con le notificazioni paiono eccedere le differenze”, anche in considerazione del fatto che “all’infuori della comunicazione della sentenza effettuata dal cancelliere, non sono affatto rari i casi in cui la comunicazione di un provvedimento – obbligatoriamente in versione integrale – segna il momento dal quale decorrono i termini perentori per la proposizione di impugnazioni, reclami o per la riassunzione della causa (cfr., per esempio, gli artt. 43, 47, 50, 72, 101, 178, 186 quater, 348 ter, 367, 308 in comb. disp. con l’art. 178, 384, 391, 420 bis, 521 bis, 574, 627, 630, 669 terdecies, 702 quater, 703, 739, 740, 741, 825, 826, 828, 840 c.p.c.; artt. 125 bis, 129 bis, 133 bis, 156 disp. att. c.p.c.; artt. 22, 26, 99, 171, 213, 214 l. fall.; art. 5 ter l. 89/2001; art. 64 d.lgs. 30.3.2001, n. 165)”. Premessa l’utilissima disamina da parte dell’Autore dei casi di produzione immediata dell’effetto legale di conoscenza dell’atto, l’esame della sentenza n.18743/2017 rende opportuno il richiamo all’attuale giurisprudenza circa l’ammissibilità dell’impugnazione della sentenza corretta e la autonoma proponibilità dell’appello avverso l’ordinanza di correzione. Ebbene, ai fini dell’ammissibilità del gravame avverso la sentenza corretta occorrerà non solo rispettare il termine ordinario, decorrente, come si è innanzi detto, dalla notificazione alle parti dell’ordinanza di correzione, ma anche aversi particolare attenzione al vizio dedotto con l’atto di impugnazione, vizio  che, come afferma Cass. Civ., Sez. II., 23/07/2015 n.15538, deve attenere sempre alla sentenza, così come risultante dalla correzione, e non all’ordinanza di correzione stessa. Tanto perché il rimedio previsto dall’art.288 c.p.c. comma 4 è preordinato esclusivamente al controllo di legittimità dell’uso del potere di correzione sotto il profilo della intangibilità del contenuto concettuale del provvedimento corretto (Cass. Civ. Sez. II, n.12841 del 21/05/2008, Sez. I, Sentenza n. 10275 del 20/10/1997, Rv. 509027; Sez. II, Sentenza n. 4096 del 03/05/1996, Rv. 497367). Quanto poi alla proponibilità dell’appello avverso la sola ordinanza di correzione, la stessa recente giurisprudenza citata ribadisce il principio, costantemente dalla medesima sostenuto, secondo cui “è inammissibile l’appello avverso la sola ordinanza di correzione, in quanto l’art. 288 c.p.c., nel disporre che le sentenze possono essere impugnate relativamente alle parti corrette nel termine ordinario decorrente dal giorno in cui è stata notificata l’ordinanza di correzione, appresta uno specifico mezzo di impugnazione, che esclude l’impugnabilità per altra via del provvedimento a lume del disposto dell’art. 177 c.p.c., comma 3, n. 3; nè l’ordinanza di correzione è impugnabile col ricorso straordinario per cassazione ex art. 111 Cost., trattandosi di provvedimento privo di natura decisoria, non avendo attitudine ad incidere su posizioni di diritto soggettivo delle parti (Sez. 6-2, Ordinanza n. 16205 del 27/06/2013, Rv. 626932; Sez. 5, Sentenza n. 5950 del 14/03/2007, Rv. 597034; Sez. 2, Sentenza n. 4096). Coerente con tale principio è quanto si afferma in Cass. Civ. Sez. II del 21/04/2017 n.10067, Pres. Frasca – Rel. Scoditti, ove leggiamo che “la motivazione dell’ordinanza di rigetto dell’istanza di correzione di errore materiale può rilevare, ricorrendone i presupposti, solo per l’integrazione dell’interesse ad agire per l’impugnazione della sentenza di cui si è chiesta invano la correzione, ove i termini per impugnare non siano ancora scaduti. A fronte di un dispositivo di rigetto dell’istanza di correzione dell’errore materiale residua quindi solo la non applicabilità dell’art.288 c.p.c., u.c.”. Non può farsi cioè applicazione – ove per ipotesi, afferma la stessa Corte, si ritenga il principio applicabile al campo della correzione dell’errore materiale – del principio secondo cui la portata precettiva del provvedimento giurisdizionale va individuata tenendo conto non solo delle statuizioni formali contenute nel dispositivo, ma anche delle enunciazioni della motivazione, in quanto il principio in discorso trova applicazione solo quando il dispositivo contenga comunque una statuizione positiva, e non in quanto si limiti al rigetto dell’istanza ovvero (si aggiunge) alla dichiarazione di inammissibilità della stessa (cfr. Cass. n.1380 del 2006, n.2007 del 2003 e n.4026 del 1999).

Avv. Alessandra Di Fronzo 

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