Medici specializzandi, diritto al risarcimento.

MEDICI SPECIALIZZANDI: DIRITTO AL RISARCIMENTO DEL DANNO ANCHE IN FAVORE DEGLI ISCRITTI ANTE 1° GENNAIO 1983.

Corte di Cassazione civile – sentenza nr. 17434 del 2 settembre 2015.

Nel novero delle più recenti pronunce di legittimità, desta particolare scalpore ed, al contempo, ilaria intronainteresse in virtù della sua portata innovatrice, la sentenza 2 settembre 2015, n. 17434, con la quale la Suprema Corte ha rettificato sostanzialmente il proprio orientamento precedente, all’uopo statuendo che la tutela risarcitoria debba reputarsi estensibile anche a tutti quei medici che, alla data del 31 dicembre 1982, frequentavano ancora corsi di formazione specialistica.

Dunque, alla stregua del suddetto principio, nell’intento di circoscriverne i risvolti pratici, se ne trae deduttivamente che sono legittimati ad agire in giudizio, al fine precipuo di ottenere il riconoscimento del diritto al risarcimento del danno in chiave indennitaria, finanche coloro i quali abbiano conseguito il diploma di specializzazione dopo tale data, indipendentemente dall’anno di iscrizione; così fruendo degli stessi diritti di quanti risultassero iscritti al primo gennaio 1983.

Sotto detto profilo, giova, difatti, opportunamente precisare che, dall’apparato argomentativo della pronuncia in commento, viene in rilievo il principio di diritto per cui l’esclusione degli “ante 1 gennaio 1983” non trova alcun riscontro nelle direttive comunitarie in materia “[…] e comunque si pone in contrasto con il criterio della c.d. applicazione retroattiva e completa delle misure di attuazione della norma comunitaria comportante la previsione della possibilità di risarcire tutti coloro che avevano subito un danno, indicato dalla CGUE come rimedio alle conseguenze pregiudizievoli della tardiva attuazione della direttiva”.

Pertanto, la limitazione inopinatamente introdotta nell’attuale sistema ordinamentale deve reputarsi una distorsione interpretativa della ratio sottesa alla normativa europea ad opera del legislatore nazionale, sfociante in un mero comportamento antigiuridico dello Stato nel più ampio contesto dell’ordinamento comunitario; non più tollerabile stante il carattere incondizionato e sufficientemente preciso dell’obbligo di retribuzione per i medici specializzandi.

Dunque, tale circostanza è idonea ex se a soddisfare l’interesse dei soggetti legittimati ad ottenere il ristoro del danno patito in sede giudiziale, in uno alla sussistenza delle tre condizioni richieste dalla giurisprudenza per impegnare la responsabilità di uno Stato membro dell’UE, di cui alla sentenza 19 novembre 1991, Francovich e Bonifaci, cause riunite C-6/90 e C-9/90, ovvero, che: “1) il risultato prescritto dalla direttiva implichi l’attribuzione di diritti a favore dei singoli; 2) il contenuto di tali diritti possa essere individuato sulla base delle disposizioni della direttiva; 3) esista un nesso di causalità tra la violazione dell’obbligo a carico dello Stato ed il danno subito dai soggetti lesi”.

D’altronde, in parallelo, qualificandosi il rapporto derivante dall’iscrizione ad un corso di specializzazione da parte del medico, come un rapporto di durata, nell’ambito del diritto interno, ad esso trova piena applicazione l’ulteriore principio secondo cui la norma giuridica sopravvenuta disciplina il rapporto in corso nella sua integralità, allorché lo stesso, sebbene sorto anteriormente, non abbia ancora esaurito i suoi effetti e purché la norma innovatrice non sia diretta a regolare il fatto generatore del rapporto, ma il suo perdurare nel tempo (ex multis, Cass. Civ., sentenze n. 3385/2001; n. 1851/2001).

Orbene, sulla scorta di tali assunti, ne discende che la condotta antigiuridica posta in essere dallo Stato italiano, quale diretta conseguenza del tardivo recepimento delle direttive comunitarie non autoesecutive emanate in subjecta materia, integra gli estremi dell’illecito civilistico, ricadendo nella species della responsabilità per inadempimento di una “obbligazione ex lege” dello Stato, avente natura contrattuale ed indennitaria.

Più precisamente, con riguardo al contesto normativo di riferimento, è fatto obbligo precisare che la “vexata quaestio” dei medici specializzandi trae la sua origine dalla direttiva di coordinamento del Consiglio n. 82/76/CEE, a sua volta, riassuntiva ed, in parte, modificatrice delle precedenti direttive n.75/362/CEE e n.75/363/CEE, a mezzo della quale è stato introdotto l’obbligo per gli Stati membri di fornire una “adeguata remunerazione” ai medici frequentanti corsi di formazione specialistica.

Ciò nonostante, lo Stato italiano, nella sua ambivalente qualità di Stato Membro, non ha provveduto tempestivamente al recepimento delle disposizioni comunitarie succitate, onde adeguarne il relativo ordinamento giuridico ed agevolare la circolazione intracomunitaria degli stessi operatori medici.

Risale solo al 1991 il primo provvedimento normativo con il quale si è proceduto ad uniformare le norme di diritto interno con quanto prescritto dalla normativa sovranazionale ut supra richiamata: il riferimento è, con tutta evidenza, al D.Lgs 8 agosto 1991, n. 257, emanato, peraltro, in seguito alla condanna della Corte di Giustizia dell’Unione Europea inflitta all’Italia, con la ben nota sentenza del 7 luglio 1987, nella causa 49/86, “[…]per mancato assolvimento agli obblighi ad essa incombenti in forza del trattato CEE”.

Successivamente, al fine di arginare la proliferazione di atti normativi, modificativi ed integrativi in tal senso, nonché il susseguirsi delle pronunce dei tribunali amministrativi regionali, è stata emanata la Legge 19 ottobre 1999, n. 370, il cui articolo 11, rubricato “Corresponsione di borse di studio agli specializzandi medici ammessi alle scuole  negli anni 1983-1991”, introduttivo del Capo III “Disposizioni per l’attuazione delle sentenze passate in giudicato”, ha statuito espressamente che: “ai medici ammessi presso le Università alle scuole di specializzazione in medicina dall’anno accademico 1983-1984 all’anno accademico 1990-1991, destinatari delle sentenze passate in giudicato del tribunale amministrativo regionale del Lazio (sezione I-bis) [omissis], tenendo conto dell’impegno orario complessivo richiesto agli specializzandi dalla normativa vigente nel periodo considerato, nonché del tempo trascorso, il Ministero dell’università e della ricerca scientifica e tecnologica corrisponde per tutta la durata del corso una borsa di studio annua onnicomprensiva di £13.000.000”.

Nondimeno, siffatta regolamentazione non ha mancato di suscitare perplessità e riserve, dando adito ad apprezzabili dubbi interpretativi oltreché normativi.

Da un lato, infatti, non si comprendeva se l’anno accademico indicato dalla legge, e coincidente con il 1° gennaio 1983, potesse considerarsi una data di discrimine tra coloro i quali avessero diritto al risarcimento, e chi invece non potesse godere di tale diritto poiché aveva iniziato un corso in epoca anteriore; dall’altro, invece, si poneva il problema della prescrizione inerente alla tutela del diritto medesimo.

Interveniva, così, la Corte di Cassazione, quale organo supremo della giustizia nazionale, assolvendo alla sua funzione nomofilattica mediante l’interpretazione della predetta disciplina per il tramite di numerose pronunce, di cui, da ultimo, le sentenze n. 21729/2012 n. 17067/2013, consolidando, tempo per tempo, l’orientamento maggioritario in virtù del quale il diritto al risarcimento del danno doveva reputarsi spettante, in via esclusiva, ai medici iscritti a corsi di specializzazione iniziati dopo il 1° gennaio 1983, estromettendo ancora una volta quanti avessero iniziato in data anteriore un qualsiasi corso della medesima portata.

In altri termini, secondo la Suprema Corte, l’inadempienza dello Stato verificatasi a far tempo dal 1° gennaio 1983 si riferiva solo all’organizzazione di corsi di specializzazione iniziati in tale data, escludendo dal novero degli aventi diritto i partecipanti ad un corso che, legittimamente sul piano del diritto comunitario, era, tuttavia, iniziato in una situazione nella quale lo Stato italiano non era ancora divenuto inadempiente all’obbligo di ottemperare alle note direttive.

In relazione, invece, alla seconda delle problematiche succitate, è oramai pacifica, in dottrina e in giurisprudenza, la natura contrattuale della domanda risarcitoria degli specializzandi; altrettanto può dirsi con riguardo alla misura decennale del relativo diritto di prescrizione, decorrente dalla data del 27 ottobre 1999.

Tutto quanto premesso ed argomentato, esaurita la presente trattazione, si può facilmente comprendere la rilevanza della pronuncia in esame, avendo la stessa introdotto un revirement giurisprudenziale, potenzialmente comportante un incremento della platea dei ricorrenti; e ciò, in chiave prospettica, con notevole aggravio di spese per l’Erario.

Avv. Ilaria Introna 

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