Minimi tariffari delle P.A. nei confronti degli Avvocati

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Le Massime

  1. Sono da considerarsi illegittime le richieste di decurtazioni o di applicazione dei minimi tariffari da parte delle Pubbliche Amministrazioni in relazione alle parcelle degli avvocati per incarichi professionali.
  2. L’impegno di spesa contenuto nella delibera della giunta non si traduce in un vincolo per il difensore nominato allorquando quest’ultimo non abbia aderito ad alcun accordo limitativo dei propri compensi.
  3. Per gli incarichi professionali tra Pubblica Amministrazione e professionista non è necessaria la forma scritta in quanto tale requisito è soddisfatto con il rilascio al difensore della procura prevista dall’articolo 83 c.p.c..

Il Fatto

Un avvocato viene incaricato, nel corso degli ultimi vent’anni, di difendere in giudizio una Amministrazione Comunale con riguardo a una lunga serie di controversie, avanti al giudice amministrativo e all’autorità giudiziaria ordinaria; all’esito dei vari giudizi, egli procede alle relative richieste di pagamento, accettando peraltro significative riduzioni delle somme dovutegli, in ultimo ‘fissate’ nel complessivo importo di euro 98.763,60; l’Amministrazione, tuttavia, in una successiva seduta consiliare, pur ritenuto di dover prendere atto del credito vantato dal predetto avvocato e conseguentemente riconoscere la legittimità del debito dell’ente nei riguardi dello stesso professionista, delibera, per non incorrere in responsabilità contabile, di liquidare gli onorari in parola applicando i valori tariffari minimi all’epoca in vigore, per un totale così rideterminato in complessivi euro 73.042,16. L’avvocato propone quindi ricorso, dinanzi il Tribunale Amministrativo Regionale, avverso la detta delibera, ritenendo la stessa viziata da eccesso di potere per errato presupposto, violazione e falsa applicazione degli artt. 191 e 194 t.u.e.l.., ingiustizia manifesta e infine da eccesso di potere per contraddittorietà.

 

La Decisione

Si costituisce in giudizio l’Amministrazione Comunale resistente la quale ribadisce la fondatezza della delibera oggetto di gravame ritenendo di dover applicare le tariffe professionali minime, in ragione dell’indirizzo espresso dalla Corte dei Conti, Sezione Giurisdizionale per la Basilicata, nella sentenza n. 180 del 13 ottobre 2011, ed ancora in ragione dell’assenza, per gli incarichi professionali in oggetto, di contratti redatti in forma scritta. Esaminando le difese delle parti costituite il Collegio adito rileva innanzitutto che l’Amministrazione resistente con la delibera consiliare oggetto di impugnazione prende atto del credito vantato dal ricorrente, senza eccepire alcunchè, riconoscendo dunque <<la legittimità del debito dell’ente nei riguardi dello stesso professionista>> nonchè che lo stesso è <<certo, liquido ed esigibile>>; purtuttavia, alla luce dei detti principi ritiene di applicare i minimi tariffari all’epoca vigenti per la quatificazione degli onorari professionali. Con riferimento al primo profilo delle difese spiegate dalla Amministrazione resistente il Collegio ritiene che i principi enunciati dal giudice contabile nella sentenza richiamata non siano stati correttamente applicati dal Consiglio Comunale per le circostanze che di seguito si riportano. Nella fattispecie portata al vaglio della Corte dei Conti <<la decisione della Giunta Municipale di conferire il mandato […]conteneva […]il richiamo al rispetto, da parte del professionista incaricato, delle modalità della prestazione entro i limiti della copertura finanziaria assicurata dal formale impegno di spesa all’uopo assunto, “restando a suo carico…ogni ulteriore onere non preventivamente comunicato ed accettato dall’ente” >>: per quello che risulta agli atti del giudizio, invece, le delibere di Giunta assunte dall’Amministrazione intimata non contenevano una analoga <<clausola condizionante>> (che peraltro la stessa Corte dei Conti giudicava nella pronuncia di <<dubbia legittimità e interpretazione>>) ma, soltanto, l’assunzione da parte del Comune di un proprio predeterminato impegno di spesa, il quale, indipendentemente dalle conseguenze sul piano giuscontabilistico, non si traduceva ex se in un vincolo per il legale nominato, il quale non aderiva, per quanto dedotto dalle parti, ad alcun accordo limitativo dei propri compensi. In ogni caso, è soprattutto nel ‘merito’ che le situazioni appaiono completamente diverse: nella fattispecie portata all’esame della Corte dei Conti, difatti, veniva contestato agli amministratori il riconoscimento della legittimità di un debito fuori bilancio con il quale si era, <<in maniera gravemente colpevole ed ingiustificata, enormemente sovrastimato la reale utilità della prestazione resa dal professionista, omettendo di adottare qualsiasi iniziativa di approfondimento della vicenda, tanto più necessaria ove si pensi allo stridente e clamoroso divario tra la somma “pattuita”, sia pure con le riserve di cui si è detto, nel 2001, e quella reclamata dal professionista nel 2005 (€ 750,00 circa contro € 49.000,00)>>. Il tutto riferito a un singolo incarico legale, limitato alla difesa svolta nella fase cautelare di un unico giudizio amministrativo, al quale l’A.C. era peraltro formalmente estranea: ciò che si addebitava agli amministratori, dunque, non era tanto la violazione delle regole di contabilità ma, come appena scritto, l’aver provocato all’Amministrazione un danno <<consistente nell’ingiusto esborso di denaro a titolo di onorario professionale non correlato a corrispondente utilità>> per il Comune. Nell’ipotesi in esame, invece, da un lato non v’è alcuna concreta dimostrazione della circostanza che i compensi infine richiesti dal ricorrente (come premesso significativamente ridotti rispetto a quelli di cui alle iniziali parcelle) non fossero giustificati dalle utilità conseguite dal Comune, ma, anzi, almeno a un giudizio svolto ab externo, non v’è alcuna ragione per reputare gli stessi incongrui rispetto a un’attività difensiva svolta in una numerosa serie di controversie, non seriali e articolatesi in un arco temporale di quasi vent’anni. Alla luce di quanto innanzi, il Collegio evidenzia che difetta, dunque, radicalmente, da parte del Comune resistente, la dimostrazione che le ‘pretese’ avanzate da parte del ricorrente non fossero coerenti alle prestazioni professionali svolte. Ovvero che, ribaltando la prospettiva, il ‘valore’ di tali prestazioni fosse tale da giustificare, così come assunto nella delibera impugnata, l’applicazione dei minimi tariffari. Con riguardo, poi, al tema concernente l’assenza, ritenuta dal Comune, della ‘forma scritta’, il Collegio osserva che la questione deve reputarsi anch’essa ‘superata’ in ragione dei principi più volte espressi, sul punto, dalla S.C., secondo la quale <<il formale conferimento della procura alla lite ed il concreto esercizio della rappresentanza processuale della parte configurano anche il perfezionamento in forma scritta del sottostante contratto di patrocinio nell’ipotesi in cui parte conferente sia l’organo rappresentativo di un ente pubblico -il sindaco-, determinatosi in merito secondo conforme Deliberazione dell’organo collegiale -giunta municipale- preposto allo scopo (Cass. 16.6.2006 n. 13963; cass. 5.5.2004 n. 8500). La procura alla lite, infatti, quale negozio unilaterale di conferimento della rappresentanza in giudizio, si distingue sì dal contratto di patrocinio, negozio bilaterale, con il quale viene conferito l’incarico al professionista, ma, quando la stessa, conferita per iscritto dal cliente, ai sensi dell’art. 83 c.p.c., è accettata dal professionista con il concreto esercizio della rappresentanza giudiziale tramite atto difensivo sottoscritto, può configurare il contratto di patrocinio tra ente pubblico e professionista, soddisfacendone anche il requisito della forma scritta ad substantiam, perchè del contratto di patrocinio con la pubblica Amministrazione sono presenti tutti i requisiti necessari:dall’incontro di volontà tra ente pubblico e difensore alla funzione economico-sociale (causa) del negozio, all’oggetto e alla forma scritta, requisito proprio di tutti i contratti stipulati dalla P.A., che risponde all’esigenza di identificarne il contenuto negoziale e di rendere possibili i controlli dell’autorità tutoria. Esigenza che, nella specie, è soddisfatta dal collegamento necessario, funzionale e di contenuto tra la procura alla lite, sottoscritta dal rappresentante dell’Ente, e l’atto di difesa (citazione, ricorso o comparsa) sottoscritto dal difensore. Può, quindi, essere affermato il seguente principio: In tema di contratti della P.A., che devono essere stipulati ad substantiam per iscritto, il requisito della forma del contratto di patrocinio è soddisfatto con il rilascio al difensore della procura ex art. 83 cod. proc. civ., atteso che, il relativo esercizio della rappresentanza giudiziale, tramite la redazione e la sottoscrizione dell’atto difensivo perfeziona -con l’incontro di volontà fra le parti l’accordo contrattuale in forma scritta, che, rendendo possibile l’identificazione del contenuto negoziale e i controlli dell’Autorità tutoria, risponde ai requisiti previsti per i contratti della P.A..(v. anche Cass. 5.5.2004 n. 8500; Cass. 18.7.2002 n. 10454) >> (Cassazione civile, VI, 16 febbraio 2012, n. 2266). Sulla base di tutto quanto sin qui esposto, dunque, il Collegio accoglie il ricorso e decide che, ritenuti non condivisibili entrambi i dati motivazionali sui quali era fondata, la delibera oggetto di impugnazione dev’essere in parte qua annullata condannando altresì al pagamento delle spese processuali l’Amministrazione resistente.

 

Avv. Nicola Fiore – info: nickfio@libero.it e n.fiore@abidieffe.it.

 

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