Oneri di allegazione e produzione documentale

Oneri di allegazione e produzione documentale, incombenti sul ricorrente, laddove il motivo di ricorso per Cassazione riguarda la valutazione del Giudice di merito di prove documentali.

Corte di Cassazione – sentenza n. 07 marzo 2018 n. 5376

 La massima estrapolabile

Laddove il motivo del ricorso per Cassazione riguarda la valutazione del Giudice di merito di prove documentali  – con riferimento al vizio non solo di cui all’art. 360 c. 1, n. 5 c.p.c., ma anche con riferimento al vizio inerente il comma 1, n. 3 o n. 4 del citato art. 360 – il ricorrente ha l’onere in principalità di riprodurre la parte essenziale del documento nel ricorso, quindi di indicare la sede processuale del giudizio di merito in cui la produzione è avvenuta e dove tale documento è rinvenibile e quindi prodotto (cfr. Cass. n. 22607/2007, Cass. n. 22726/2011; Cass. n. 195/2016). francesco verdebello

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Decisione della Corte di Appello e motivazione a sostegno

La Corte di Appello di Roma, dapprima con sentenza non definitiva del 2.5.2009, dipoi con sentenza definitiva del 9.1.2012, aveva riformato la sentenza di primo grado del Tribunale di Roma, che aveva respinto le domande avanzate da un agente della Banca M.P.S., dirette a far accertare il diritto alle provvigioni anche dopo la cessazione del rapporto agenziale, nonché il diritto all’indennità sostitutiva del preavviso e all’indennità di risoluzione del rapporto.

Segnatamente, con la sentenza non definitiva del 2.5.2009, la Corte di Appello statuiva che spettassero all’Agente:

  1. le provvigioni di vendita ex art. 6 punto 5 del contratto di agenzia. Tale disposizione, prevedeva espressamente che l’agente avrebbe avuto diritto alla relativa provvigione per le proposte dallo stesso raccolte in data antecedente allo scioglimento del contratto e a condizione che tali proposte fossero pervenute alla Banca entro e non oltre 30 giorni successivi allo scioglimento del rapporto e che la conclusione dell’affare fosse intervenuta successivamente alla cessazione del rapporto;
  2. l’indennità sostitutiva di mancato preavviso, atteso che la Banca aveva comunicato il recesso con preavviso di 4 mesi, con comunicazione del 9.6.2004, poi riconfermata con lettera del 25.6.2004, pur avendo ricevuto comunicazione di dimissioni dall’agente in data 23.6.2004;
  3. l’indennità di cessazione del rapporto ex art. 1751 c.c., sussistendone i presupposti: a) apporto di nuova clientela; b) sostanziali vantaggi ricevuti dalla Preponente anche dopo la cessazione del rapporto.

Con sentenza definitiva, la Corte d’Appello, stabiliva che:

  1. la domanda relativa al pagamento delle provvigioni andava accolta sulla scorta della perizia del CTU;
  2. l’indennità sostitutiva di preavviso non era contestata né sul piano dell’anné sul piano del quantum debeatur;
  3. l’indennità di scioglimento del contratto ex art. 1751 c.c. era dovuta, stanti i sostanziali vantaggi procurati dall’agente in base alla documentazione versata in atti (premi di produzione, riconoscimenti provvigionali, premi aggiuntivi), non ostando al riconoscimento di detta indennità il recesso operato dall’agente.

Ricorso principale Banca

Entrambe le sentenze sono state impugnate con ricorso per cassazione dalla Banca per i seguenti motivi.

Con il primo motivo di gravame, veniva impugnata la sentenza per extrapetizione, in quanto non sarebbero state tali le provvigioni indicate dall’agente, che aveva sempre richiesto emolumenti provvigionali maturati durante la vigenza del rapporto agenziale e non successivamente alla cessazione del rapporto stesso.

La Suprema Corte ha ritenuto motivo inammissibile. Di fatto, la Banca ricorrente non deduce una falsa applicazione dell’art. 1748 c.c. (norma che riconosce il diritto alla provvigione per tutti gli affari conclusi durante la vigenza del contratto di agenzia) ma una errata valutazione delle risultanze documentali di causa -non sindacabile in sede di legittimità-in ragione della quale ha ritenuto che fosse stata richiesta la liquidazione delle provvigioni per affari conclusi dopo la data di scioglimento del contratto e non prima.

Con il secondo motivo di gravame, la Banca ricorrente deduceva violazione dell’art. 1748 c.c., per avere la Corte di Appello errato nel ritenere che spettassero all’agente le provvigioni anche per gli anni successivi alla fine del mandato, potendo invece l’agente percepire provvigioni solo riferite ad affari conclusi prima della cessazione del rapporto agenziale. Infatti, solo per i contratti già conclusi e per cui l’agente abbia ottenuto le relative provvigioni, trova applicazione l’indennità ex art. 1751 c.c., tesa a compensare l’agente della perdita dei clienti e delle provvigioni in costanza di rapporto.

Il motivo è stato ritenuto inammissibile dalla Corte di Cassazione. Anche in questo caso, di fatto, la Banca ricorrente non deduceva la violazione dell’art. 1748 c.c., ma contestava l’inesattezza della CTU, che avrebbe operato la liquidazione delle provvigioni anche per periodi successivi alla fine del mandato, sebbene si trattasse di provvigioni spettanti solo sino alla data di cessazione del rapporto, in quanto relative a contratti conclusi antecedentemente a tale cessazione.

Con il terzo motivo di gravame, la Banca ricorrente deduceva la insufficiente motivazione su un punto decisivo della controversia, avendo la Corte di Appello errato nel recepire i conteggi della CTU in cui le provvigioni erano state calcolate diversamente dai criteri individuati nel quesito.

Anche detto motivo è stato ritenuto inammissibile dalla Suprema Corte. La Banca deducente ha violato il principio di autosufficienza, perché non ha trascritto le pagine salienti del ricorso sia di primo che di secondo grado, esplicative degli affari per i quali venivano richieste le provvigioni, nonché del quesito formulato al CTU. Peraltro, sul punto la Cassazione ha stabilito che laddove il motivo di ricorso per Cassazione riguarda la valutazione del Giudice di merito di prove documentali, con riferimento non solo al vizio di omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti cui (art.  360, comma 1, n. 5 c.p.c.) ma anche per violazione o falsa applicazione di norme di diritto (art. 360, comma 1, n. 3 c.p.c.) o per nullità della sentenza (art. 360, comma 1, n. 4 c.p.c.), il ricorrente ha l’onere di produrre in principalità la parte essenziale del documento nel ricorso, ovvero indicare la sede processuale del giudizio di merito in cui detta produzione è avvenuta e dove tale documento è rinvenibile e quindi prodotto (Cass. n. 22607/2007; Cass. n. 22726/2011; Cass. n. 195/2016).

Con il quarto motivo di gravame, la Banca ricorrente deduceva violazione e falsa applicazione dell’art. 1334 c.c. per avere la Corte di Appello erroneamente riconosciuto all’agente l’indennità di mancato preavviso, quando era stato quest’ultimo a far pervenire le sue dimissioni prima di ricevere dalla mandante la disdetta del contratto.

Con il quinto motivo di gravame la Banca ricorrente ha eccepito la contraddittoria motivazione della sentenza della Corte di Appello, sull’assunto che l’indennità di mancato preavviso non era dovuta, essendo imputabile la cessazione del rapporto a dimissioni dell’agente.

Entrambi i suddetti motivi sono stati ritenuti inammissibili dalla Corte di Cassazione per violazione del principio di autosufficienza del ricorso, non essendo state trascritte le lettere di recesso, con relativa attestazione delle date di ricezione, così da consentire una conoscenza diretta della volontà della Banca.

Con il sesto motivo di gravame, la Banca deduceva violazione e falsa applicazione dell’art. 1751, comma 2, c.c., per essere il recesso dell’agente ostativo anche al solo esame della domanda di pagamento delle indennità.

La Suprema Corte ha ritenuto inammissibile il suddetto motivo, perché la Corte di Appello ha correttamente interpretato ed applicato l’art. 1751 c.c., nella parte in cui detta norma richiede, ai fini del riconoscimento dell’indennità di cessazione del rapporto ex art. 1751 c.c., l’acquisizione di nuovi clienti o il sensibile sviluppo degli affari con i clienti già esistenti. Al più, a dire della Corte di Cassazione, la sentenza della Corte di Appello avrebbe effettuato un’erronea ricognizione della fattispecie concreta attraverso l’esame di prove documentali, vizio quest’ultimo, rientrante nella tipica valutazione del giudice di merito, la cui censura in sede di legittimità è possibile solo sub specie di omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti.

Ricorso incidentale dell’agente

Con il primo motivo, l’agente ha dedotto la violazione dell’art. 1751, c.c., per avere la Corte di Appello errato nel ritenere legittima la riduzione dell’indennizzo e per non avere motivato detta riduzione, a fronte della maggior somma quantificata dalla CTU contabile.

La Corte di cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso incidentale, atteso che l’accertata inammissibilità del ricorso principale comporta la declaratoria di inefficacia del ricorso incidentale.

Avv. Francesco Verdebello – Avv. Annalisa Riccardi – info: fverdebello@virgilio.it – annalisariccardi81@gmail.com

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