Pio Latorre, il politico.

30 aprile 1982, alle sette suona la sveglia. Pio La Torre si alza.

 

Intanto alla periferia est di Palermo, intorno alle sette, all’interno di un garage, si incontrano Pino Greco, 10473369_622200961209206_5004112261483734444_ndetto Scarpuzzedda, Salvatore Cocuzza, Gaetano Carollo, della famiglia di Resuttana, Nino Madonia, Antonino Lucchese, Mario Prestifilippo e un membro della cosca dei Galatolo. Quasi tutti portano dei jeans, una maglietta o una camicia e giubbotti con le tasche interne abbastanza larghe da contenere le colt 45.

Il sole si leva. Dalle case cominciano ad uscire uomini e donne che vanno a lavoro, accompagnano i bambini a scuola. Sembra la mattina di un giorno qualunque.

Ad impartire gli ordini è il più autorevole tra i killer di Cosa Nostra, Scarpuzzedda. Scarpuzzedda guarda i visi di Cocuzza, Lucchese, Carollo, Madonia e dell’uomo dei Galatolo per accertarsi che tutti lo vedano e lo sentano.

«Siete pronti?»

«Siamo pronti» rispondono uno alla volta.

«Il crasto ormai ha le ore contate.» A parlare è Gaetano Carollo che da un mobile prende una mitraglietta Thompson e una colt 45.

«Se tutto va liscio, per le 9 e 30 abbiamo finito» dice Scarpuzzedda. «Oggi facciamo il botto. Vedrete quello che succederà.»

«Ma perché, scusa, chi dobbiamo far fuori?» chiede Cocuzza.

«Un rompicoglioni. Ti basta sapere solo questo. Tu devi eseguire gli ordini e non fare domande inutili.»

Cala il silenzio. La voce con cui Scarpuzzedda pronuncia quelle parole sembra contenere una minaccia non tanto velata. Insomma non bisogna fare domande soprattutto quando ad impartire gli ordini è Totò u Curtu (RIINA).

Rosario Di Salvo sta per uscire di casa. Dopo colazione, saluta Rosa. Le bambine escono con lui, come ogni mattina. Prima di andare a prendere Pio, Rosario le accompagna a scuola. Dopo averle fatte salire in macchina, Rosario si gira verso la finestra di casa. Dietro c’è la moglie, che gli fa un cenno con la mano e gli sorride. Lui la saluta sorridendo, e parte.

Dopo aver lasciato le bambine a scuola, arriva a casa di Pio La Torre. Messa in moto la Fiat 131, si muovono da Via Carapelli, costeggiano la Caserma Andrea Sole, imboccano via Generale Turba. La percorrono fino all’ingresso della caserma. In senso opposto al loro, una Fiat 126 di colore chiaro. Di fronte alla caserma, una serie di case diroccate e disabitate. Più avanti, in piazza Generale Turba, una signora è affacciata al balcone. Sono le nove e ventitré e, anche se il sole è forte, non c’è ancora il caldo afoso di agosto.

Alle due estremità di via Generale Turba i killer sono appostati già dalle 8 e 30. Hanno impiegato tre quarti d’ora per arrivare sul luogo dell’agguato. Lungo il tragitto hanno pure preso un caffè. Controllano le armi e guardano gli orologi. Il primo ad accorgersi dell’auto guidata da Rosario è Scarpuzzedda. Allerta gli altri. La prima a partire è la moto. Lucchese ingrana la prima, la seconda. La moto acquista velocità. Si accosta dietro la macchina di Pio. Poi, improvvisamente, la supera e le taglia la strada frenando di colpo, impedendogli di continuare. Contemporaneamente, la Ritmo si affianca sul lato destro della 131. Scarpuzzedda infila una mano sotto la sella per prendere il mitra: lo impugna e lo punta su Pio La Torre.

«Rosario!» grida Pio La Torre «Ci vogliono ammazzare!»

Rosario tenta la marcia indietro, ma non ha il tempo di farla che la Ritmo gli è addosso. Gli resta una cosa sola da fare: estrarre la pistola dalla fondina.

Intanto, il mitra di Scarpuzzedda si inceppa, Cocuzza si accorge che Di Salvo sta tirando fuori la pistola. Scatta velocissimo, in un secondo scende dall’auto. Grida agli altri di tenersi pronti a scappare. Fa il giro, si avvicina e spara: uno, due, tre, quattro colpi di pistola. Rosario risponde al fuoco, riesce a sparare alcuni colpi.

Non sa se ha ferito qualcuno. Scarpuzzedda ha sistemato il mitra e spara colpi singoli in direzione del parabrezza, mandandolo in frantumi. I proiettili colpiscono Rosario, che si accascia sul sedile. Il volto è sfigurato e pieno di sangue.

La testa reclinata all’indietro, la bocca aperta. Appena si sentono i primi spari, la persona a bordo della Fiat 126 fa marcia indietro e scappa, mentre verso la fine di Via Generale Turba, i proprietari di due negozi abbassano le saracinesche.

Intanto Scarpuzzedda si sposta dalla parte di Pio con calma. Pio, vedendo il killer che si avvicina, si getta con il corpo all’indietro fino a toccare Rosario, nel disperato tentativo di salvarsi. Una delle gambe la spinge fuori dal finestrino come se volesse respingere le pallottole che stanno per arrivare una dietro l’altra.

L’ultima parola che riesce a gridare prima che gli sparino, è vigliacchi. E lo ripete due volte. Vigliacchi. Vigliacchi.

«La tua ora è arrivata, cornuto. Hai finito di dare fastidio alle persone perbene.»  Scarpuzzedda è di fronte a Pio, e spara. Una serie di colpi in sequenza. Quando la prima pallottola lo raggiunge, Pio muore sul colpo. Ma questo, ai killer, non basta: scaraventano sui corpi martoriati ancora pallottole su pallottole.

Scarpuzzedda è già risalito sulla moto, Cocuzza è in macchina, quando un altro impugna il mitra e inizia a sparare l’ennesima raffica.

Alla fine della sparatoria a terra ci sono oltre trenta bossoli di mitra e di pistola. Sono le 9 e 26 minuti. Pio La Torre e Rosario Di Salvo sono stati ammazzati.

Alle 9 e 29, i killer abbandonano la Ritmo dandogli fuoco duecento metri più in là, vicino Passo Marinuzzi. Più avanti ancora, lasciano anche la moto.

La legge n. 646, del 13 settembre 1982, nota come legge “Rognoni-La Torre”, approvata dopo la morte di Pio La Torre, introdusse per la prima volta nel codice penale la previsione del reato di “associazione di tipo mafioso” (art. 416 bis) e la conseguente previsione di misure patrimoniali applicabili all’accumulazione illecita di capitali.

Il testo normativo traeva origine da una proposta di legge presentata alla Camera dei deputati il 31 marzo 1980 (Atto Camera n. 1581), che aveva come primo firmatario l’on. Pio La Torre ed alla cui formulazione tecnica collaborarono anche due giovani magistrati della Procura di Palermo, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

        Beppe Basciani

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