Presunzione di reddito lesiva del principio di ragionevolezza e capacità contributiva

Corte Costituzionale – sent. 228 del 24/9/2014

La presunzione di reddito prevista sui prelevamenti è lesiva del principio di ragionevolezza nonché della capacità contributiva essendo arbitrario ipotizzare che i prelievi ingiustificati da conti correnti bancari effettuati da un lavoratore autonomo siano destinati ad un investimento nell’ambito della propria attività professionale e che questo a sua volta sia produttivo di un reddito.

La Commissione Regionale del Lazio con ordinanza nata dall’eccezione del difensore di un contribuente/lavoratore autonomo ha sollevato una questione di legittimità costituzionaledell’art. 32, comma 1, numero 2), secondo periodo, del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, come modificato dall’art. 1, comma 402, lettera a), numero 1), della legge 30 dicembre 2004, n. 311, sottopondendola alla Corte Costituzionale.

Nei tre accertamenti notificati al contribuente/lavoratore autonomo, veniva accertato il maggior imponibile alla luce della formulazione dell’art. 32 modificato tramite la legge n.311/2004 che introduceva il seguente, dettame: “…o  compensi  a  base  delle  stesse  rettifiche  edaccertamenti,  se  il  contribuente  non  ne   indica   il   soggetto beneficiario e sempreche’ non risultino dalle scritture contabili,  i prelevamenti o gli importi riscossi nell’ambito dei predetti rapporti od operazioni”.

 

Nello specifico il giudice rimettente (CTR LAZIO) sollevava leseguentieccezioni cardine:

  1. L’inserimento delle parole “o compensi” avrebbe comportato la presunzione che le somme prelevate dal conto corrente, come quelle depositate sullo stesso “costituiscono compensi assoggettabili a tassazione, se non sono annotate nelle scritture contabili e se non sono indicati i soggetti beneficiari dei pagamenti”, tra l’altro assimilando gli imprenditori ai lavoratori autonomi;
  2. L’applicazione della norma comporterebbe per i contribuenti professionisti un onere probatorio imprevedibile e impossibile da assolvere, contrastando l’art. 24 della Costituzione (inteso come diritto inviolabile alla difesa) e con il principio di tutela dell’affidamentorichiamato dall’art. 3, comma 2, della legge 27 luglio 2000, n. 212, ovvero il principio della “irretroattività” della leggi tributarie, previsto dallo “Statuto dei diritti del Contribuente”;
  3. La poca chiarezza della norma che non chiarisce se sia sufficientela c.d. prova contraria e anche la giustificazione dei provvedimenti oppure basterebbe la indicazione del beneficiario del prelevamento;
  4. L’introduzione di elementi “a sorpresa” – introdotti con la suddetta legge n.311/2004 – a vantaggio della sola Agenzia delle Entrate, quindi a vantaggio di una sola parte processuale;
  5. Infine, la presunzione che le somme prelevate dal conto corrente siano assoggettabili a tassazione violerebbe il principio di capacità contributiva di cui all’art. 53 Cost., assimilando di fatto il reddito di lavoro autonomo ai redditi di impresa gravandolo, come quest’ultimo, di“correlazioni logico­presuntive” tra costi e ricavi, tipiche del reddito d’impresa.

Si è costituito il Presidente del Consiglio tramite l’Avvocatura di Stato.

La Corte Costituzionaleè intervenuta chiarendo due dei punti di presunta illegittimità costituzionale e hadichiarato che: “la norma censurata sarebbe «irrazionale» qualunque sia la lettura ad essa data tra quelle possibili”, infatti attribuirebbe al contribuente i principi del reddito d’impresa e il prelevamento dal proprio conto corrente diventerebbe un «fatto oggettivamente estraneo all’attività di produzione del reddito professionale», idoneo a costituire un «mero indice generale di spesa» motivando che la “giustificazione” dell’indicazione del beneficiario per quanto “irrazionale” non produce alcun beneficio all’accertamento; se dovesse seguirsi il principio letterale voluto dall’amministrazione finanziaria, la suddetta indicazione del beneficiario si tradurrebbe in “un adempimento aggiuntivo” per il contribuente.

Precisati questi elementi la Corte ha ritenuto opportuno differenziare la figura del lavoratore autonomo e del suo reddito rispetto a quello dell’imprenditore, sottolineando che, benchéle figure siano di per sé affini, il prelevamento effettuato da un imprenditore abbia come scopo quello di produrre dei beni e servizi e come tali deve essere giustificato perché produttivo di un reddito;  al contrarioquello effettuato da un lavoratore autonomo, il cui impegno si caratterizza per la preminenza dell’apporto del lavoro proprio e la marginalità dell’apparato organizzativo, sino a divenire quasi assente nei casi in cui è più accentuata la natura intellettuale dell’attività svolta – come accade generalmente per le professioni liberali – non dovrà giustificare il prelievo avendo lo stesso una contabilità diversa e una “promiscuità” tra le spese professionali e quelle personali.

In conclusione la presunzione di reddito prevista sui prelevamenti è lesiva del principio di ragionevolezza nonché della capacità contributiva, essendo arbitrario ipotizzare che i prelievi ingiustificati da conti correnti bancari effettuati da un lavoratore autonomo siano destinati ad un investimento nell’ambito della propria attività professionale e che questo a sua volta sia produttivo di un reddito.

Sulla scorta delle suddette valutazioni, la Corte Costituzionale ha ritenuto opportuno dichiarare “l’illegittimità costituzionale dell’art. 32, comma 1, numero 2), secondo periodo, del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 600 (Disposizioni comuni in materia di accertamento delle imposte sui redditi), come modificato dall’art. 1, comma 402, lettera a), numero 1), della legge 30 dicembre 2004, n. 311 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge finanziaria 2005), limitatamente alle parole «o compensi».

Avv. Michele Petruzzi – info: avv.michelepetruzzi@gmail.com

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