Realtà socio-economica del danneggiato

La realtà socio-economica del danneggiato non costituisce criterio per il risarcimento del danno.

Corte di Cassazione civile – sez. III – sentenza nr. 24201 del 13/11/2014 Presidente dr. Antonio Segreto.

“In materia di illecito aquilano,ai fini della liquidazione del danno non patrimoniale il danielacorradogiudice di merito,procedendo alla necessaria valutazione equitativa di tutte le circostanze del caso concreto,non deve tener conto della realtà socio-economica nella quale la somma liquidata è destinata ragionevolmente ad essere spesa,poiché tale elemento è estraneo al contenuto dell’illecito.”

Fatto

La Suprema Corte, con la pronuncia in oggetto, ha riformato la sentenza della Corte di Appello di Brescia resa  a conferma della sentenza di primo grado emessa nell’ambito del giudizio promosso da cittadini Tunisini e teso ad ottenere il risarcimento dei danni derivati  dalla perdita del congiunto deceduto in Italia in occasione di un incidente stradale; esplicitando, ha ribaltato il criterio adottato nei gradi precedenti secondo il quale,conformemente al D.M. del 12 Maggio 2003,  la determinazione dell’entità del risarcimento del danno va adeguata e rapportata al reale potere di acquisto della moneta dello Stato di residenza del danneggiato.

Disattendendo tale parametro, gli Ermellini,richiamando la sentenza del 18 Maggio 2012 n.7932,hanno fondato la statuizione in interesse mutuando i tre principi essenziali dell’illecito aquilano, chiarendo,nel seguito,  che soltanto la condotta illecita, il danno e il nesso di causalità possono incidere sulla determinazione del danno e non anche il luogo ove il beneficiario vive, poiché,contrariamente opinando, si realizzerebbe un evidente contrasto con l’art. 3 della Costituzione e con le norme di diritto internazionale che vietano discriminazioni degli stranieri legittimamente soggiornanti nel territorio italiano.

 

Commento

Orbene, seppur imprescindibile il principio di uguaglianza innanzi richiamato, il ragionamento seguito dalla Suprema Corte non si registra condivisibile, sia perché richiama norme di diritto internazionale  non pertinenti e  non applicabili al caso di specie, sia perché nel discostarsi,per una sorta di un automatismo dal decreto ministeriale ut supra citato, ritiene in maniera infondata che la liquidazione di una somma ridotta secondo il più basso tenore di vita dello Stato di residenza integri un’illegittima disparità di trattamento.

Orbene, premesso che in ogni caso al risarcimento dovrà riconoscersi una  funzione riparatoria e compensativa, dovrà conseguentemente ammettersi che suddetta tacitazione dei danni non può assolutamente generare in capo al danneggiato un ingiustificato arricchimento, che si realizzerebbe in maniera evidente in favore di coloro che risiedono in Stati dove è inferiore il costo della vita laddove si accordasse la linea guida,così come seguita nella sentenza in interesse.

Procedendo impugnativamente,e precisando doverosamente che nel caso in questione è  controversa la determinazione del risarcimento del danno iure proprio patito dai congiunti Tunisini e non del danno iure hereditatis, ovvero del diritto risarcitorio cristallizzatosi in capo ad un soggetto di nazionalità italiana e trasmissibile agli eredi aliunde residenti,si ritiene, diversamente, più consono e congruo far riferimento al differente valore monetario del Paese in cui la somma erogata è destinata ad essere spesa.

Siffatta posizione è stata,ad adiuvandum, motivatamente recepita da contrarie pronunce secondo le quali,repetita iuvant,: “dinanzi al Giudice italiano la liquidazione a favore di cittadini stranieri del danno da morte del congiunto deve avvenire sulla base del contesto socio economico nel quale vivono gli attori,e, dunque, in virtù del costo della vita esistente nel paese di residenza di costoro.

De iure condendo, ben può  affermarsi che  all’attualità, in difetto di qualsivoglia successivo intervento sul punto da parte delle Sezioni Unite,la questione in argomento possa essere alternativamente risolta dal Giudicante,facultato a  sposare anche quegli orientamenti contrari ed espressi dal Tribunale di Torino ( sent. del 20.07.2010), dal Tribunale di Monza (sent. del 2.11.2007),dalla terza sezione civile ( Cass. Civ. 14.02.2000 n.1637) e  dalla quarta sezione civile ( GU dr.Carbone, 12-15 Novembre 2004),e,pertanto, stabilendo che,  nella quantificazione della somma volta al risarcimento del danno, sia oltremodo  corretto equilibrare tale ristoro al reale valore del denaro del Paese di residenza degli istanti,in quanto la dimensione socio-economica dell’area in cui essi vivono ben deve costituire,in maniera incensurabile, uno degli elementi di fatto imprescindibili nella valutazione quantitativa dell’obbligazione in interesse.

 

avv.Daniela Corrado – corrado.daniela@avvocatibari.legalmail.it

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