Reclusione e diritti personali.

Il difficile rapporto tra reclusione e garanzia dei diritti personali.

Corte di Cassazione penale – sez. I, sentenza 7654 del 19/2/2015 Presidente Cortese – Relatore Boni

Si sancisce definitivamente la possibilità per il magistrato di sorveglianza di ricorrere alla videoconferenza onde poter consentire al detenuto ristretto ai sensi dell’art.41 bis ord. penit. un contatto con il parente anch’egli in carcere. Il ricorso a forme di comunicazione controllabili a distanza nasce con il preciso intento di garantire da un lato l’ordine interno all’istituto e l’ordine pubblico, senza dimenticare, tuttavia, la tutela dei diritti fondamentali dei detenuti di continuare a mantenere legami con la famiglia, che rischierebbero una forte compromissione, se non addirittura la negazione ove a simili intendimenti non si giungesse.

La sentenza in epigrafe consente di esaminare uno degli argomenti più spinosi e maggiormente dibattuti dalla dottrina in materia penitenziaria italiana, ovvero il difficile rapporto tra i diritti della personalità dei ristretti, quello al mantenimento dei legami familiari e del rapporto di genitorialità in primis, e la condizione di detenuti ex art. 41 bis ord. penit. che, prima facie, potrebbe apparire un diritto negato.

Si tratta di materia di importante rilievo che consente, giustappunto, di verificare non solo la grande importanza che il mantenimento del legame col proprio nucleo familiare di origine riveste per il detenuto, elemento nevralgico del suo trattamento rieducativo individualizzato, ma pure, spesso, storia di un diritto negato, laddove soggetti attivi del rapporto di genitorialità siano un padre e un figlio ristretti al 41 bis ord. peniten..

Spesso è storia comune quella per cui quando dietro ad un detenuto si chiudono le porte del carcere, al di fuori rimangano gli affetti, soprattutto laddove la restrizione è quella di massimo rigore prevista per uno dei due soggetti  nella vicenda de qua.

Il tema della famiglia resta, però, imprescindibile nella vita di un ristretto  perché quest’ultima, con l’inizio della carcerazione, assurge a ruolo fondamentale e, nel momento in cui si è privati della libertà, non vi possono non essere gravi ripercussioni, spesso violente, nella vita di una famiglia che vive la detenzione come elemento straniante, in quanto tale, nocivo e pericoloso perché causa della cessazione dei rapporti e delle consuetudini note e gradite.

Non a caso, infatti, l’ordinamento penitenziario italiano attribuisce all’istituzione familiare un ruolo fondamentale, designandola quale soggetto con cui il detenuto ha diritto di rapportarsi, ed al mantenimento delle relazioni familiari, punto nevralgico del trattamento rieducativo, quello di risorsa imprescindibile nel reinserimento sociale del soggetto ristretto, con la previsione di vari istituti quali il colloquio, la corrispondenza, i permessi premio previsti per far sì che il diritto della personalità del detenuto sia reale, fruibile ed effettivo.

La vicenda da cui è scaturita la sentenza in commento ha offerto alla Corte Suprema una nuova occasione per pronunciarsi in ordine a due differenti situazioni, la prima processuale, la seconda di merito. Dapprima, infatti, la Prima Sezione ha affermato che la disciplina applicabile al reclamo giurisdizionale avverso il diniego della richiesta di incontro del detenuto con un prossimo congiunto è quella vigente al momento della decisione reclamata che, se anteriore all’entrata in vigore del regime di impugnazione ex art. 35 bis ord. penit., recentemente introdotto dal D.L. 23 dicembre 2013, n. 146, convertito nella L. 21 febbraio 2014, n. 10, comporta la ricorribilità per cassazione avverso il provvedimento di rigetto emesso del magistrato di sorveglianza, non invece il reclamo al tribunale di sorveglianza, previsto, invece, dalla novella.

Ha riconosciuto, poi, entrando nel merito della vicenda, la possibilità per il magistrato di sorveglianza di ricorrere alla videoconferenza onde poter consentire al detenuto ristretto ai sensi dell’art.41 bis ord. penit. un contatto con il parente anch’egli in carcere col quale gli erano inibiti contatti da quasi un ventennio.

Il ricorso a forme di comunicazione controllabili a distanza nasce, pertanto, con il preciso intento di garantire da un lato l’ordine interno all’istituto e l’ordine pubblico, senza dimenticare, tuttavia, la tutela dei diritti fondamentali dei detenuti di continuare a mantenere legami con la famiglia, che rischierebbero una forte compromissione, se non addirittura la negazione ove a simili intendimenti non si giungesse.

Deve considerarsi, comunque, condivisibile il riconoscimento di poteri discrezionali all’amministrazione penitenziaria circa l’individuazione delle ragioni di sicurezza idonee ad impedire il colloquio visivo tra familiari detenuti, di cui uno al regime differenziato e più invasivo, ed occorre considerare, altresì, i diritti personali che verrebbero limitati oltremisura e, quindi, valutare la possibilità di rimedi volti a contemperare queste opposte esigenze, mediante l’ausilio della videoconferenza per esempio, come nel caso de qua.

Pur condividendo pienamente le asserzioni della sentenza in commento e apprezzandone il tentativo efficiente di porre rimedio all’annoso problema, attraverso la definitiva statuizione relativa alla possibilità per il magistrato di sorveglianza di ricorrere alla videoconferenza onde poter consentire al detenuto ristretto ai sensi dell’art.41 bis ord. penit. Un contatto con il parente anch’egli in carcere, non può non considerarsi come il cammino verso una effettiva garanzia del diritto di genitorialità anche per soggetti afflitti da simili particolarità detentive, sia lungo da compiersi e attenga un discorso più ampio, cui il Legislatore dovrebbe rivolgere la sua attenzione in un  ottica di garanzia più ampia del diritto all’affettività stesso dei detenuti cui quello di genitorialità è corollario.

Avv. Silvia Bellino 

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