Responsabilità della banca su obbligo di trasparenza

LA RESPONSABILITA’ DELLA BANCA IN CASO DI INCREMENTO DI RISCHIO DELL’OPERAZIONE FINANZIARIA: OBBLIGO DI TRASPARENZA.

Corte di Cassazione – sezione I civile – sentenza nr. 24545 del 1 dicembre 2016.

La Suprema Corte di Cassazione è stata chiamata a pronunciarsi su un ricorso con il quale francesco piscazziuna società per azioni aveva richiesto che fosse accertato l’inadempimento contrattuale di una banca e riconosciuto il proprio diritto al risarcimento dei danni in ordine a due contratti di gestione patrimoniale.

La società in questione lamentava che il portafoglio titoli acquistato fosse risultato radicalmente diverso dalle indicazioni fornite dalla banca e che tale discrasia avesse procurato un’importante sproporzione tra il parametro indicativo di gestione costituito dal benchmark ed il rischio realizzatosi in concreto.

Già in primo ed in secondo grado i giudici avevano accertato un grave inadempimento della banca per aver esposto la predetta società ad un rischio effettivo decisamente superiore rispetto a quello prospettatole e dalla stessa sottoscritto, nonché condannato l’intermediaria al risarcimento delle perdite subite dall’investitrice.

Ciò in considerazione del fatto che, sebbene la banca avesse formalmente rispettato le previsioni legislative e regolamentari nell’esecuzione dei contratti di gestione patrimoniale sottoscritti dalla società, la concreta gestione del portafoglio titoli acquistato per conto del cliente non era stata attuata tenendo conto del c.d. benchmark di riferimento.

Ogni prospetto informativo allegato all’offerta di un fondo comune di investimento (salvo casi particolari) ovvero ogni contratto avente ad oggetto l’acquisto di un fondo comune di investimento, infatti, deve obbligatoriamente contenere il c.d. benchmark ossia un indicatore finanziario attraverso il quale l’investitore può analizzare come e con quali rischi si è riusciti ad ottenere un risultato (sia esso positivo o, al contrario, negativo) con investimenti di natura simile.

Si tratta, a ben vedere, di un elemento dotato di una duplice funzione: consente, infatti, all’investitore da un lato di comprendere il tipo di investimento che si accinge ad effettuare e, quindi, di valutare attentamente i rischi a questo connessi, dall’altro di verificare il corretto adempimento delle obbligazioni contrattuali dell’intermediario; obbligazioni che, nel caso in esame, non sono state eseguite nel pieno rispetto della linea di investimento prescelta dalla società.

A questa conclusione, cui erano addivenuti i giudici di merito, la Cassazione, investita della questione, si è conformata non senza, però, aver precisato quanto segue.

In primis gli Ermellini sostengono che il benchmark, oltre che un ottimo elemento valutativo di un determinato investimento finanziario (in quanto mette in rapporto l’effettivo risultato dell’investimento effettuato con investimenti di natura simile), sia senza dubbio un significativo indicatore del corretto adempimento delle obbligazioni contrattuali dell’intermediario, ma non possa essere considerato l’unico indicatore della correttezza della gestione patrimoniale effettuata dell’intermediario.

Ciò significa che il benchmark debba essere concepito come un indicatore concorrente, e non esclusivo, attraverso il quale verificare la corrispondenza degli investimenti eseguiti dall’intermediario per conto del cliente alla linea di gestione prescelta da quest’ultimo al quale, pertanto, è necessario associare ulteriori indici.

Secondo la Suprema Corte, infatti, ciò che porta a dichiarare l’inadempimento contrattuale della banca e a riconoscere il diritto della ricorrente al risarcimento delle perdite subite a causa di detto inadempimento, non è tanto il mancato rispetto del parametro assunto a riferimento dell’investimento (benchmark) quanto “il deficit di rappresentazione del grado di rischio per gli strumenti e le tipologie di operazioni d’investimento descritte in contratto”.

Il contratto realizzato dalle parti del giudizio è un contratto di gestione patrimoniale e, pertanto, caratterizzato dalla struttura giuridica tipica del contratto di mandato. Ne consegue che ben possa ritenersi essere assoggettato agli obblighi previsti dall’art. 23, comma 1, lettera a), T.U.F. a norma del quale “nella prestazione dei servizi d’investimento i soggetti abilitati devono comportarsi con diligenza, correttezza e trasparenza nell’interesse dei clienti e per l’integrità dei mercati”; obblighi che assumono un rilievo ancor maggiore nei contratti caratterizzati da un contenuto tecnico molto elevato, com’è il contratto avente ad oggetto la gestione di strumenti finanziari.

L’investitore che stipula un contratto di siffatta natura deve, quindi, avere sempre la massima chiarezza, trasparenza, correttezza riguardo le caratteristiche della linea d’investimento e il grado di rischio generale affinché possa comprendere bene la massima perdita potenziale che l’investimento può generare. Pertanto, il contratto tra la banca ed il cliente, prima ancora del benchmark, deve contenere un’indicazione dettagliata del livello di rischio del patrimonio gestito o le ragioni per cui non è possibile individuare un parametro di rischio adeguatamente rappresentativo.

L’obbligo di diligenza che l’art. 23, comma 1, lettera a), T.U.F. pone a carico dell’intermediatore-mandatario assume un rilievo preponderante ove, poi, la gestione patrimoniale oggetto del contratto sia composita, e cioè caratterizzata da una pluralità di strumenti finanziari diversi: in tal caso l’indicazione della linea d’investimento e del grado di rischio devono essere riferite a ciascuno di essi.

Nel caso oggetto di ricorso, i contratti avevano ad oggetto sia fondi obbligazionari che fondi azionari; di conseguenza la banca avrebbe dovuto specificare la linea di gestione ed il grado massimo di rischio prevedibile per ciascuno degli strumenti finanziari rispetto ai quali la ricorrente aveva inteso contrattualmente esporsi; circostanza che, tuttavia, non si è realizzata.

Infatti, a dire degli Ermellini, la banca resistente non ha svolto questa esaustiva attività di informazione precludendo, in tal modo, alla ricorrente di venire a conoscenza delle caratteristiche e dei rischi di ciascuna categoria di strumenti finanziari: ciò è sufficiente a ritenere integrata la responsabilità della banca a titolo di inadempimento contrattuale. Né può la resistente addurre a sua difesa il formale rispetto delle previsioni legislative e regolamentari nell’esecuzione dei contratti de quo atteso che la giurisprudenza appare sempre più orientata a ritenere integrata la responsabilità di un intermediario finanziario nell’ipotesi di informazione parziale o inadeguata a garantire la coerenza tra esposizione al rischio e linea d’investimento prescelta.

Ne consegue, pertanto, che la banca investita del mandato di intermediazione finanziaria e gestione patrimoniale risponde di inadempimento contrattuale ed è tenuta a risarcire i danni al cliente tutte le volte in cui si accerti la discrasia tra quanto previsto nel portafoglio di gestione e i titoli concretamente acquistati se non ha indicato, con adeguata trasparenza, l’attività di gestione patrimoniale nonché il rischio (o l’incremento del rischio) delle operazioni d’investimento descritte in contratto.

avv. Francesco Piscazzi 

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