Rito sommario obbligatorio per il recupero della parcella

La Cassazione fa chiarezza sul “rito sommario obbligatorio” per il recupero, da parte dell’avvocato, della propria parcella.

Corte di Cassazione Civile – sez. VI – nr. 4002 del 29 febbraio 2016.

Il caso.

Il caso di specie involge la dibattuta tematica delle procedure di recupero, da partemara buquicchio dell’avvocato, del compenso professionale nei confronti del cliente non pagante.

Come è noto, oltre alla normale applicazione delle regole sul recupero crediti, sussistono dubbi interpretativi sulla valenza probatoria del parere di congruità dell’Ordine di appartenenza: detto atto è infatti vincolante per il giudice in sede di emissione di decreto ingiuntivo, ma non lo è nella fase di opposizione in cui il giudice può finanche disattendere il parere di congruità.

L’Avvocato (OMISSIS) proponeva ricorso per cassazione avverso l’ordinanza emessa dal Tribunale di Bari, in composizione collegiale, in data 22/06/2012, a chiusura di un procedimento ex art. 28, L. 794/1942: il Tribunale aveva dichiarato inammissibile la procedura di cui alla L. 794/1942 sul rilievo che i resistenti avevano sollevato contestazioni relative alla esistenza del rapporto obbligatorio e all’entità della somma dovuta in relazione alle prestazioni rese.

Le successive osservazioni chiariscono perché il Tribunale ha errato a non proseguire il procedimento nelle forme del rito sommario di cognizione ex art. 702 bis e ss. c.p.c., nonché nel dichiarare l’inammissibilità in presenza di contestazione sull’an della pretesa.

 

La decisione commentata.

 

La Corte, definitivamente pronunciando sul ricorso, lo accoglie.

Va premesso che secondo la previgente L. 13 giugno 1942, n. 794, art. 28, ed i successivi artt. 29 e 30, l’avvocato che voleva recuperare giudizialmente un credito professionale per prestazioni giudiziali poteva optare per tre strade: 1) il procedimento speciale di cui alla L. n. 794 del 1942, artt. 28 e ss. (limitatamente ai crediti relativi a procedimenti civili); 2) il procedimento monitorio per decreto ingiuntivo; 3) il giudizio ordinario di cognizione.

Uno dei principali problemi concerneva la natura di sentenza o ordinanza del provvedimento conclusivo del procedimento, ovverosia il regime dell’impugnazione in ipotesi di erronea trattazione e decisione della causa. Alla stregua dell’arresto della giurisprudenza di legittimità (Cass. civ., Sez. Unite, 11/01/2011, n. 390): “in tema di opposizione a decreto ingiuntivo per onorari e altre spettanze dovuti dal cliente al proprio difensore per prestazioni giudiziali civili, al fine di individuare il regime impugnatorio del provvedimento che ha deciso la controversia, assume rilevanza la forma adottata dal giudice, ove la stessa sia frutto di una scelta consapevole sulla base delle circostanze e del procedimento”.

Il D.Lgs. n. 150 del 2011 (Disposizioni complementari al codice di procedura civile in materia di riduzione e semplificazione dei procedimenti civili di cognizione, ai sensi dell’articolo 54 della legge 18 giugno 2009, n. 69”), art. 34, ha abrogato della L. n. 794 del 1942 i citati artt. 29 e 30, ed ha così modificato l’art. 28: “Per la liquidazione delle spese, degli onorari e dei diritti nei confronti del proprio cliente l’avvocato, dopo la decisione della causa o l’estinzione della procura se non intende seguire la procedura di cui all’art. 633 e ss. c.p.c., procede ai sensi del D.Lgs. 1 settembre 2011, n. 150, art. 14”.

Dunque il D.Lgs. n. 150 del 2011, art. 14, disciplina attualmente le controversie in materia di liquidazione degli onorari e dei diritti spettanti ad avvocati per prestazioni giudiziali, prevedendo testualmente quanto segue: “1. Le controversie previste dall’articolo 28 della legge 13 giugno 1942, n. 794, e l’opposizione proposta a norma dell’articolo 645 del codice di procedura civile contro il decreto ingiuntivo riguardante onorari, diritti o spese spettanti ad avvocati per prestazioni giudiziali sono regolate dal rito sommario di cognizione, ove non diversamente disposto dal presente articolo. 2. È competente l’ufficio giudiziario di merito adito per il processo nel quale l’avvocato ha prestato la propria opera. Il tribunale decide in composizione collegiale. 3. Nel giudizio di merito le parti possono stare in giudizio personalmente. 4. L’ordinanza che definisce il giudizio non è appellabile”.

In ossequio alla delega (L. n. 69 del 2009, art. 54 “Delega al Governo per la riduzione e semplificazione dei procedimenti civili”), le controversie in questione sono state ricondotte al rito sommario di cognizione, in virtù dei caratteri di semplificazione della trattazione e dell’istruzione della causa. Il rito sommario di cognizione ex art. 702 bis ss. c.p.c., peraltro, garantisce una cognizione piena della posizione soggettiva dedotta in giudizio, seppur con una trattazione ed un’istruzione semplificate.

Inoltre, secondo la tesi maggiormente garantista alla quale questa S.C. dichiara di aderire, “nel caso in cui il giudizio in tale materia venga introdotto con rito ordinario e, dunque, con atto di citazione (o con atto di citazione in opposizione avverso il decreto ingiuntivo ottenuto dall’avvocato), il Presidente del Tribunale o della Sezione tabellarmente competente dovrebbe: disporre il mutamento del rito da ordinario in sommario ai sensi del D.Lgs. n. 150 del 2011, art. 4; nominare il Giudice relatore; fissare l’udienza di comparizione parti avanti al Collegio per la trattazione”. Proprio ciò comporta la denominazione “rito sommario obbligatorio”.

In sostanza, quel controllo di concreta compatibilità della singola lite con le forme semplificate del rito, che nel procedimento sommario di cognizione facoltativo di cui agli artt. 702 bis ss. c.p.c. è rimesso alla valutazione discrezionale del giudice, è sostituito, nel procedimento sommario obbligatorio disciplinato dal D.L.gs. n. 150 del 2011, art. 3, da una verifica, astratta ed irrevocabile, compiuta a monte dal legislatore sulla base delle caratteristiche riscontrate in alcune specie di controversie che hanno ad oggetto determinate specifiche materie.

Una tale soluzione ha evidenti vantaggi di economia processuale e sarebbe conforme al principio di conservazione degli atti processuali, evitando la declaratoria di inammissibilità che è espressamente esclusa dal D.Lgs. n. 150 del 2011, art. 3, comma 1, nella parte in cui esclude l’applicabilità dell’art. 702 ter, comma 2, c.p.c.

Pertanto, i rimedi esperibili attualmente nella materia de qua risultano tre: 1) il ricorso per decreto ingiuntivo ex artt. 633 ss. c.p.c.; 2) la speciale procedura prevista dagli artt. 28 ss., L. n. 794 del 1942; 3) il procedimento sommario di cognizione ex art. 702 bis c.p.c.

La novità è che non è prevista la possibilità, in caso di complessità delle difese delle parti, del passaggio al rito ordinario di cognizione: il che costituiva un limite della previgente normativa.

Conclusivamente, la S.C. enuncia il seguente principio di diritto: «Le controversie previste dalla L. 13 giugno 1942, n. 794, art. 28 come modificato dal D.Lgs. n. 150 del 2011, art. 34 ed a seguito dell’abrogazione della L. n. 794 del 1942, artt. 29 e 30, per la liquidazione delle spese, degli onorari e dei diritti nei confronti del proprio cliente da parte dell’avvocato devono essere trattate con la procedura prevista dal D.Lgs. 1 settembre 2011, n. 150, art. 14 anche in ipotesi che la domanda riguardi l’an della pretesa, senza possibilità per il giudice adito di trasformare il rito sommario in rito ordinario o di dichiarare l’inammissibilità della domanda».

Dott.ssa Mariangela Buquicchio 

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