Serafino Famà, l’avvocato tra due fuochi.

Serafino Famà, nato a Misterbianco (Catania) il 03/04/1938, è stato ucciso dalla Mafia il 09/11/1995 a Catania dopo essere uscito dal suo studio.

Era un avvocato!

Non era uno scrittore di mafia, non aveva “combattuto” la mafia come i magistrati, Lui è stato ucciso perché “le michele petruzzirisultanze processuali pertanto, per come sopra evidenziato, hanno dimostrato che il movente dell’omicidio in esame va individuato esclusivamente nel corretto esercizio dell’attività professionale espletata dall’avvocato Famà».

Lui ha combattuto la Mafia, con la forza della sua professione svolta con “Onestà e coraggio. Se ti comporti con onestà e coraggio non devi avere paura di nulla”; questo ha lasciato come principio ai propri figli, questo ha lasciato a tutti noi come valore da tramandare ai nostri figli, ai nostri praticanti, ai nostri colleghi più giovani.

Era amante del proprio ruolo di difensore della giustizia e rappresentava lo spirito tenace della ricerca della verità.

Famà si era trovato a difendere personaggi inquisiti per reati legati alla mafia e alla criminalità organizzata, “per garantire il diritto alla difesa” sancito dalla Costituzione, ma l’equazione difensore-complice era troppo scontata per i mafiosi, che non accettavano la sua “amicizia con i magistrati”, che gli impediva di fare l’interesse dei suoi clienti.

L’avv. Passanisi – commemorando l’avvocato Serafino Famà,il cui contributo è stato poi ripreso nel video “Tra due fuochi – Serafino Famà, storia di un avvocato”[1] – ha spiegato come l’avvocato penalista “si trova tra due fuochi, da un lato viene visto come il “complice” del suo cliente, dall’altro lato viene visto come il troppo amico del magistrato che non fa l’interesse del suo cliente”.

In occasione di una riunione del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati svoltasi subito dopo l’omicidio dell’avv. Famà, l’Avv. Seminara nel commemorare il collega scomparso ricorda che “aveva un sentimento sacro del modo di fare l’avvocato nei rapporti con i colleghi, con i magistrati e con i clienti”, mentre il presidente dell’Ordine di Catania, nel 1995 precisava che l’omicidio dell’Avv. Famà rappresentava una”aggressione alle toghe dei penalisti, che poi sono anche le nostre toghe!” .

Le dinamiche e i moventi che hanno portato alla sua uccisione rendono oggi  la figura dell’avvocato Serafino Famà un simbolo del “Diritto e della Correttezza professionale”.

Subito dopo l’omicidio Famà, le reazioni in città furono inaspettate: nella camera ardente, al tribunale di Catania, avvocati e magistrati lo vegliarono in toga, gli avvocati chiusero per giorni gli studi, i capo clan delle associazioni mafiose si dissociarono da quell’omicidio.

Nella sentenza sull’omicidio Famà, si legge: «Di Giacomo (il boss) si lamentava dell’arresto subìto, che riteneva ingiusto anche per le modalità con cui era stato eseguito, e contava molto sulle dichiarazioni di Stella Corrado per dimostrare la sua innocenza». E ancora: «La mancata deposizione della Corrado, certamente conseguente all’intervento dell’avvocato Famà, era stata vista dal Di Giacomo come la causa diretta della irrealizzabilità del proprio scopo (cioè la scarcerazione)». Cominciano gli appostamenti, vengono coinvolti altri membri del clan. Nel giro di poche ore, Serafino Famà è una vittima della mafia.

Di Mauro (marito di Stella Corrado e anche lui rappresentante di spicco del clan), Di Giacomo (amante della Corrado e mandante dell’omicidio), gli esecutori e gli autisti sono stati condannati all’ergastolo. Al collaboratore di giustizia Alfio Giuffrida, che come collaboratore ha aiutato a risolvere il caso Famà, è stata comminata la pena di diciotto anni di reclusione.

Con amarezza, però, si riportano le parole in suo ricordo dell’Avv. D’Antona rese nel 2013 al giornale online “CT ZEN”: “Quando è stato ucciso era nella piena maturità professionale. Eravamo dieci in studio. E non avevamo tempo per annoiarci. Provo tristezza a cercar di parlar dell’Avvocato con chi non l’ha mai conosciuto. A volte mi sembra impossibile che il Palazzo non abbia memoria di una persona così. Gli è stata dedicata un’aula di corte di assise. Ma oggi tutti la chiamano aula Famà. Senza premettere quelle tre lettere di “AVV”. Molti oggi parlano di quell’aula senza neanche sapere chi fosse l’avvocato Famà. Un conto è dire piazza Falcone e Borsellino altro e parlare di un’aula Famà. C’è pure una lapide ricordo in Tribunale. E la memoria si perde.”

In effetti la successione degli eventi ha tentato di far scomparire la memoria dell’Avv. Famà anche con altri “sistemi”: nel dicembre 1995, ad un mese dal tragico episodio, l’amministrazione comunale di Catania pose una targa in piazzale Sanzio, luogo dell’assassinio. Rimossa da ignoti nel 2009, fu successivamente ricollocata solo il 3 aprile 2011.

Il 18 luglio 2011 nel comune di Borgo Sabotino, in provincia di Latina, è inaugurato il “Villaggio della legalità” intitolato a Serafino Famà. Un raid notturno di stampo mafioso, tra il 21 e il 22 ottobre dello stesso anno, distrugge gli interni e i complementi della struttura. Nella tarda serata del primo dell’anno del 2013, si verifica un nuovo atto intimidatorio, dove ignoti appiccano il fuoco su entrambi i lati della tensostruttura, distruggendo parte del telone esterno e annerendo anche pareti interne. Un ennesimo episodio vandalico avviene nei primi giorni di agosto dello stesso anno.

Proprio perché “avvocato” il ricordo dell’avvocato Famà, della sua correttezza e professionalità deve essere ancora più nitida, presente e radicata nel nostro impegno.

Michele Petruzzi

 

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