Spese processuali a carico dell’ufficio

Spese processuali per € 205.000,00 a carico dell’ufficio: nessun effetto premiale per manifesta illegittimità dell’atto.

Commissione Tributaria Regionale Lombardia sentenza nr. 3740/1/2015 del 7 settembre 2015.

“La celerità dell’intervento dell’Ufficio nell’operare l’annullamento dell’atto appena francesca sannicandronotificato alla parte, lascia intendere, contrariamente alla tesi esposta dall’Ufficio medesimo nelle sue difese, la sussistenza, sin dalla sua emanazione, di una manifesta illegittimità dell’atto impugnato, circostanza che impedisce di premiare detto comportamento con la compensazione delle spese di lite tra le parti.”.

La vicenda trae origine da un avviso di liquidazione d’imposta e irrogazione delle sanzioni notificato ad un notaio che autenticava le sottoscrizioni di un contratto di pegno  e successivamente registrava tale contratto assolvendo l’imposta di registro in misura fissa di € 168,00.

Il contratto di pegno aveva ad oggetto diritti di proprietà industriali ed era stipulato da due società estere che dovevano garantire l’adempimento delle obbligazioni assunte da una di queste società verso i creditori garantiti, i cui accordi erano regolati da un contratto denominato “senior facility agreement” (contratto a titolo oneroso stipulato appunto tra un pool di banche e una holding straniera).

L’ammontare complessivo dei finanziamenti concessi a garanzia era di € 3.828.872.305,00.

Oltre alla notifica dell’avviso, la Direzione Provinciale esigeva dal notaio, nel termine di 15 giorni (pena l’applicazione del 30% di sanzioni), la somma di € 114.866.1655,00.

In motivazione, l’ufficio indicava che oltre alla registrazione del contratto di pegno, sussisteva un contratto di finanziamento soggetto all’imposta di registro in misura ordinaria con l’aliquota proporzionale al 3%.

Il notaio impugnava l’avviso notificatogli (e notificato soltanto a lui e non anche alle società), formulando anche istanza di sospensione, vista il preteso versamento spontaneo nei 15 giorni successivi alla notifica con ulteriore aggravio del 30% di sanzioni.

Concessa la sospensiva, il notaio formulava istanza di autotutela alla direzione provinciale, che annullava l’atto per erronea applicazione dell’art. 22 del DPR 131/86.

Estinto il giudizio per cessata materia del contendere, il notaio impugnava la sentenza in ragione della compensazione delle spese disposta dalla commissione provinciale.

La Ctr adita respingeva l’appello.

Anche questa sentenza veniva impugnata innanzi alle giurisdizioni di legittimità, in virtù della violazione dell’art. 15 del D. Lgs 546/92.

Con ordinanza, la Cassazione accoglieva il ricorso e rinviava ad altra sezione della CTR.

A giudizio riassunto, l’ufficio veniva condannato alle spese di tutti e quattro i gradi di giudizio, per un importo totale pari ad € 205.000,00.

Le argomentazioni addotte dalla Commissione regionale in fase di rinvio, esprimono con molta chiarezza lo scenario a cui siamo abituati ad assistere ormai da anni.

Spiega il collegio infatti che “lo scopo della condanna alle spese di giudizio è quello di impedire che il costo del processo vada a danno della parte vittoriosa, che diversamente vedrebbe decurtato il risultato utile conseguito”.

In effetti, l’ufficio, conclamata la sospensiva, celermente ha annullato l’atto per erronea applicazione dell’art. 22 del DPR 131/86.

Di qui la manifesta illegittimità dell’atto notificato, che esclude totalmente l’effetto premiale della compensazione delle spese.

Contrariamente a quanto sostenuto dall’ufficio, che si dice aver collaborato proprio con riferimento alla tempestività dell’annullamento, la commissione chiarisce che “non pare possa essere premiato il comportamento dell’ufficio ove questi emette e notifica un avviso di liquidazione per un importo di € 114.866.165,00 ad una sola delle parti e non a tutte, nel caso il notaio che aveva autenticato le sottoscrizioni di un contratto di costituzione di pegno, e a distanza di 25 giorni lo annulla in via di autotutela su richiesta del destinatario ed in presenza di un provvedimento cautelare di sospensione disposto dalla CTP”.

Proprio questa celerità nell’annullamento, infatti, sottende una manifesta illegittimità dell’atto, che diventa la causa principale della soccombenza dell’ufficio nel giudizio.

Proprio ultimamente, nei decreti attuativi della riforma fiscale, si è puntato il dito sul rafforzamento del principio di soccombenza, visto come un incentivo volto sia a deflazionare il contenzioso (a causa della condanna delle spese nei casi come il nostro di cessata materia del contendere), sia a quella qualificazione delle professioni anche all’interno degli uffici dai quali partono inspiegabilmente notifiche milionarie.

L’art. 15 del D. Lgs. 546/92 non lascia dubbi: “La parte soccombente è condannata a rimborsare le spese del giudizio che sono liquidate con la sentenza.”

Nella valutazione del comportamento dell’ufficio, che in 25 giorni ha ritirato l’atto notificato, è ravvisabile la soccombenza, in quanto tale condotta ha determinato inequivocabilmente un’ammissione di colpa e non già una celere collaborazione.

Una sentenza molto importante, che avrà sicuramente un notevole riflesso sull’annoso problema della refusione delle spese di giudizio.

Avv. Francesca Giorgia Romana Sannicandro 

Add a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *