Un compito dell’amministratore di sostegno.

PUR AVENDO IL COMPITO DI RELAZIONARE PERIODICAMENTE SULL’ATTIVITA’ SVOLTA E SULLE CONDIZIONI DI VITA PERSONALE E SOCIALE DEL BENEFICIARIO, IL COMPITO DELL’AMMINISTRATORE DI SOSTEGNO RESTA QUELLO DI ASSISTERE IL BENEFICIARIO NELLA GESTIONE DEI PROPRI INTERESSI PATRIMONIALI E NON ANCHE LA “CURA DELLA PERSONA”.

Corte di Cassazione – sez. V – sentenza nr. 7974 del 26 febbraio 2016

 IL FATTO

Con sentenza del 12 novembre 2013, all’esito di rito abbreviato, il GUP presso il Tribunale di Gorizia ha dichiaratogabriella panaro non doversi procedere nei confronti di X, nominato amministratore di sostegno, perché il fatto non costituiva reato, per il delitto di cui all’art. 591 cod. pen., perché abbandonava il beneficiario, omettendo di accudirlo per un fine settimana, finché non veniva soccorso dai vigili del fuoco e dal personale del 118; l’uomo era trovato in pessime condizioni igieniche, senza cibo e bevande, totalmente disidratato e disorientato nello spazio e nel tempo.

II GUP, pur ritenendo che l’imputato non avesse assicurato all’amministrato un’adeguata assistenza, come richiesto dall’articolo 410 cod. civ., per non essersi reso conto dell’incapacità del figlio dell’anziano e dell’insufficienza a garantire la cura necessaria di una badante a orario parziale e per non aver segnalato agli organi di riferimento la necessità di un immediato ricovero in una struttura protetta; pur tuttavia ha escluso la sussistenza del dolo richiesto dalla norma incriminatrice, essendo la condotta riconducibile esclusivamente ad un difetto di diligenza e prudenza.

Avverso la sentenza è stato proposto appello dall’imputato, il quale ha sostenuto l’insussistenza dell’elemento oggettivo del reato, poiché nessun pericolo per l’incolumità dell’anziano si era mai avuto. Il beneficiario, infatti, non aveva alcuna patologia in atto, ma era “un caso sociale che non costituiva in sé motivo di ricovero” e lo stesso aveva dichiarato che presto sarebbe arrivato il figlio ad accudirlo. X, inoltre, ricordava che a norma dell’articolo 410 cod. civ., l’amministratore di sostegno, nello svolgimento dei suoi compiti, deve tener conto delle richieste del beneficiario e delle manifestazioni di volontà delle persone più vicine all’amministrato; nel caso di specie il beneficiario chiedeva di poter continuare a vivere a casa propria, con l’ausilio della badante e del figlio, sia pure non convivente, come concordato anche con l’Unità di Valutazione Distrettuale.
L’amministratore di sostegno sosteneva di aver svolto correttamente i propri compiti, come prescritti dall’Unità di Valutazione Distrettuale e di non aver mai abbandonato l’anziano a se stessa, potendo contare sul supporto di una badante e del figlio; l’uomo non era stato e non doveva essere ricoverato in una struttura protetta innanzitutto perché l’Unità di Valutazione Distrettuale ne aveva escluso la necessità; in secondo luogo perché a ciò si opponevano l’interessato ed il figlio; in terzo luogo perché i costi di ricovero non erano sostenibili con le risorse dell’anziano e del figlio. La Corte di Appello, tenendo conto che contro la sentenza di proscioglimento è ammesso solo il ricorso per Cassazione, rimetteva gli atti alla Suprema Corte.

 

LA SENTENZA

 

La pronuncia in esame è di particolare importanza in quanto chiarisce i poteri/doveri dell’Amministratore di sostegno, spesse poco circoscritti e causa di notevoli responsabilità a carico del soggetto che assume l’incarico.

La Corte parte dal riferimento all’art. 591 c.p.(delitto di abbandono di persone minori o incapaci). Questo è pacificamente considerato dalla dottrina un reato proprio, che può essere commesso solamente da parte di un soggetto che riveste una posizione di garanzia nei confronti dei soggetto passivo, sia esso un minore o un incapace. Ciò perché la condotta consiste nell’abbandono della vittima, cioè nella volontaria sottrazione anche solo parziale o temporanea dai propri obblighi di custodia o di cura, nella consapevolezza della esposizione a pericolo della vita o dell’incolumità individuale del soggetto incapace di attendervi da solo. L’orientamento della Suprema Corte è sempre stato, in materia, quello di considerare integrato il reato nel caso in cui si realizzasse qualunque azione od omissione, contrastante con il dovere giuridico di cura o di custodia, che grava sul soggetto agente e da cui derivi uno stato di pericolo, anche meramente potenziale, per la vita o per l’incolumità del soggetto passivo.

In merito al caso di specie, la Cassazione si è chiesta se la condotta posta in essere dall’Amministratore di sostegno fosse ascrivibile a dolo, tenendo conto che il dolo richiesto dalla norma incriminatrice è generico e consiste nella coscienza di abbandonare a se stesso il soggetto passivo, che non abbia la capacità di provvedere alle proprie esigenze, in una situazione di pericolo per la sua integrità di cui si abbia l’esatta percezione.

In merito, la Corte ha da sempre chiarito quali fossero le differenze sostanziali fra l’istituto dell’amministrazione di sostegno, l’interdizione e l’inabilitazione, sostenendo che l’amministrazione di sostegno – introdotta nell’ordinamento dalla L. 9 gennaio 2004, n. 6, art. 3 – ha la finalità di offrire a chi si trovi nella impossibilità, anche parziale o temporanea, di provvedere ai propri interessi uno strumento di assistenza che ne sacrifichi nella minor misura possibile la capacità di agire, distinguendosi, con tale specifica funzione, dagli altri istituti a tutela degli incapaci, quali l’interdizione e l’inabilitazione, non soppressi, ma solo modificati dalla stessa legge attraverso la novellazione degli artt. 414 e 427 cod. civ..

Rispetto ai predetti istituti, l’ambito di applicazione dell’amministrazione di sostegno va individuato con riguardo non già al diverso, e meno intenso, grado di infermità o di impossibilità di attendere ai propri interessi dei soggetto carente di autonomia, ma piuttosto alla maggiore idoneità di tale strumento ad adeguarsi alle esigenze di detto soggetto, in relazione alla sua flessibilità ed alla maggiore agilità della relativa procedura applicativa.

Nello svolgimento dei suoi compiti, l’amministratore di sostegno deve sempre tener conto dei bisogni e delle aspirazioni dei beneficiario (art. 410, comma 1, cod. civ.) e a questo dovere di ascolto, si accompagna quello di informare tempestivamente (e preventivamente) l’interessato circa gli atti da compiere, nonché il giudice tutelare in caso di dissenso con il beneficiario stesso: in tale ultimo caso, spetterà al giudice superare il contrasto, indicando all’amministratore la via da seguire (art. 410, comma 2, cod. civ.). Ecco perché, pur avendo il compito di relazionare periodicamente al Giudice in merito alla situazione del beneficiario, l’ADS ha il compito fondamentale di assistere la persona nella gestione dei propri interessi patrimoniali e non anche nella cura della stessa.

Ciò significa che, in mancanza di apposite previsioni nel decreto di nomina, l’amministratore di sostegno non assume una posizione di garanzia rispetto ai beni della vita e dell’incolumità individuale dei soggetto incapace.

Siccome nel decreto di nomina di X ad amministratore di sostegno non vi è alcun riferimento a tali compiti di “cura personale”, la Suprema Corte ha annullato la sentenza senza rinvio perché il fatto insussistenza del fatto.

                                                                                                      

  Avv. Gabriella Panaro 

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