Usucapione della PA in casi di occupazione illegittima.

L’usucapione della P.A. nei casi di occupazione divenuta illegittima.

Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia – Bari, Sez. III, sentenza n. 1642 del 17.12.2015.

Il caso

Nel caso di specie il ricorrente chiedeva la restituzione di un suolo espropriato dalla p.A., 1 Marzo 2013 (2)il risarcimento del danno subito per il mancato godimento del bene per effetto dell’occupazione sine titulo dalla data di immissione in possesso alla data di restituzione del suolo, oltre interessi e svalutazione come per legge ed in subordine, e nel caso di mancata restituzione del suolo, il risarcimento del danno al valore venale di mercato del predetto suolo, oltre interessi e svalutazione come per legge; nonchè il risarcimento del danno non patrimoniale per il periodo di occupazione sine titulo,da determinarsi secondo il criterio di legge.

Il terreno in questione, veniva inserito nel PEEP per l’intera estensione per la realizzazione del relativo programma di edilizia residenziale pubblica che risulta eseguito dal 1990.

Il ricorrente impugnava con distinti ricorsi:

– gli atti di approvazione del piano di zona per l’edilizia economica e popolare (PEEP);

– il decreto recante autorizzazione all’occupazione temporanea e d’urgenza del suolo anzidetto;

– il decreto recante autorizzazione all’espropriazione del medesimo suolo.

I ricorsi venivano tutti decisi nel 2004:

– il primo ricorso veniva dichiarato improcedibile per sopravvenuto difetto di interesse;

– i restanti ricorsi venivano entrambi accolti, con conseguente annullamento dei provvedimenti impugnati (decreto di occupazione temporanea e d’urgenza e successivo decreto di espropriazione).

L’intervenuto giudicato di annullamento del PEEP e della connessa dichiarazione di pubblica utilità, del decreto di occupazione d’urgenza e di quello di espropriazione pronunciati in suo danno, determinavano il venir meno di ogni titolo legittimante l’occupazione da parte del Comune (verificandosi una fattispecie di occupazione illecita) che abilitava il ricorrente a proporre azione di restituzione e/o di risarcimento del danno.

La p.A. resistente si costituiva in giudizio fondando la sua difesa sull’eccezione di usucapione del suolo de quo poiché la p.A. convenuta ha goduto del possesso pacifico ed ininterrotto del terreno del ricorrente, acquisendone la proprietà per usucapione.

 La decisione.

Il ricorso veniva respinto.

La puntuale esposizione in fatto chiarisce che l’occupazione della p.A. è avvenuta in ragione di una procedura espropriativa successivamente annullata dal competente Tar.

Al riguardo il Collegio rilevava che, nella specie, erano incontestati tra le parti i presupposti fattuali della vicenda: annullamento della procedura espropriativa, intervenuta parziale trasformazione irreversibile del terreno, mercé la realizzazione dell’opera progettata. Non venne poi adottato alcun decreto di acquisizione sanante.

Si versava, pertanto, in una delle ipotesi di occupazione originariamente legittima, divenuta priva di titolo per effetto dell’annullamento della procedura espropriativa, con la conseguenza che il Comune aveva nella sua disponibilità sine titulo, un bene che deve essere restituito.

Peraltro, recente giurisprudenza escludeva la fondatezza anche della domanda risarcitoria da perdita di proprietà in ipotesi quale quella in esame, essendo ammissibili, quali modi di perdita della proprietà per acquisizione alla mano pubblica, esclusivamente il decreto espropriativo ovvero quello ex art. 42 bis T.U. espr.

Si impone, a questo punto, l’esame dell’eccezione di usucapione.

Eccepiva parte ricorrente che, in applicazione della disposizione di cui all’art. 2935 c.c., un eventuale possesso utile potrebbe decorrere solo dalla data di entrata in vigore del DPR n.327/2001 che avrebbe fatto venir meno la preclusione alla proponibilità dell’azione di restituzione, espungendo l’istituto dell’occupazione appropriativa o acquisitiva.

Così non è.

L’occupazione acquisitiva è stata superata dall’elaborazione giurisprudenziale che ha rivisitato in modo critico il proprio precedente orientamento alla luce sia delle disposizioni dell’invocato TU espr., sia della giurisprudenza della CEDU.

In ragione di ciò, non può individuarsi dall’entrata in vigore del DPR citato il termine a partire dal quale è stata consentita l’azione di restituzione, difettando una espressa previsione che la precludesse prima della sua entrata in vigore ovvero la abbia ammessa dopo.

Ne deriva che l’azione di restituzione è stata sempre esperibile, fermo restando che la giurisprudenza ha avuto oscillazioni in merito.

La posizione della giurisprudenza in proposito, pertanto, non può assurgere a elemento impeditivo o preclusivo dell’esercizio del diritto in questione.

Analoga sorte merita l’ulteriore eccezione in replica con cui il ricorrente sosteneva, in applicazione delle norme di cui all’art. 1164 c.c., che l’interversio possesionis si sia verificata dopo la scadenza del decreto di occupazione di urgenza, sicchè solo da tale data decorrerebbe il termine ventennale, non ancora spirato alla data di instaurazione del giudizio.

Deve rilevarsi, infatti, che proprio a far data dall’immissione in possesso del Comune, questi ha posseduto uti dominus essendo tale possesso evidentemente volto all’espropriazione ovverosia all’acquisto della proprietà.

Ciò che è mutato, decorsa l’occupazione di urgenza è il provvedimento in base al quale la p.A. ha posseduto (a ciò legittimato prima dal decreto di occupazione e poi da quello di esproprio).

Né può attribuirsi valenza, come atti interrottivi, a quelli di instaurazione dei giudizi già citati in premessa, inerenti l’annullamento della procedura ablatoria.

In tema di possesso ad usucapione, con il rinvio fatto dall’art. 1165 c.c. all’art. 2943 c.c., la legge elenca tassativamente gli atti interruttivi, cosicché non è consentito attribuire efficacia interruttiva ad atti diversi da quelli stabiliti dalla norma da ultimo citata, per quanto con essi si sia inteso manifestare la volontà di conservare il diritto, giacche la tipicità dei modi di interruzione della prescrizione non ammette equipollenti; pertanto, non potendo riconoscersi efficacia interruttiva del possesso (oltre che ad atti che comportino, per il possessore, la perdita materiale del potere di fatto sulla cosa, ipotesi pacificamente non ricorrente nella specie) se non ad atti giudiziali diretti ad ottenere “ope iudicis” la privazione del possesso nei confronti del possessore usucapiente, deve escludersi “in radice” tale efficacia interruttiva ad altri atti come la diffida o la messa in mora o a quelli valorizzati dalla sentenza impugnata (ordinanze di sgombero, difese dell’Amministrazione in giudizi promossi avverso le relative ordinanze di sgombero), a nulla rilevando in senso contrario che essi provengano da una p.a.

Tanto premesso, deve rilevarsi che i giudizi in questione non miravano necessariamente a ottenere nuovamente il possesso del bene , bensì a caducarne il relativo titolo, dispiegandosi, all’esito, una pluralità di alternative, tutte tra loro ugualmente compatibili e percorribili (con valutazione rimessa alternativamente al ricorrente o alla p.A.: restituzione; cessione volontaria o acquisizione sanante), ma non necessariamente conducenti alla perdita del possesso da parte dell’Amministrazione.

Sulla scorta di tali principi, non sussistendo altri atti idonei ad interrompere l’ultraventennale possesso continuato da parte della p.a., va accolta l’eccezione di usucapione e, pertanto, respinta la richiesta restitutoria.

Dalla retroattività degli effetti dell’acquisto del diritto per usucapione, stabilita per garantire, alla scadenza del termine necessario, la piena realizzazione dell’interesse all’adeguamento della situazione di fatto a quella di diritto, deriva, che se la p.a. occupa “sine titulo” un fondo privato e vi esegue un’opera pubblica, con l’acquisto a titolo originario del diritto di proprietà, cessa l’illiceità permanente e perciò si estingue non solo la tutela reale, ma anche quella obbligatoria per il risarcimento del danno provocato al proprietario del fondo per il ventennale possesso del diritto fino a usucapirlo, nonché il credito indennitario. Ne consegue che l’accertamento dell’avvenuto usucapione esclude il presupposto del risarcimento da illecito, retroagendo gli effetti dell’usucapione, quale acquisto del diritto reale a titolo originario, al momento dell’iniziale esercizio della relazione di fatto con il fondo altrui, togliendo “ab origine” il connotato di illiceità al comportamento di chi abbia usucapito.

 Avv. Maria Carducci 

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